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Commenti al Vangelo

Il più prossimo tra i prossimi

Pubblicato 2019/07/19
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Ricca di lezioni morali, l’insuperabile parabola del buon samaritano ci insegna anche che è particolarmente degno del nostro amore Colui che più ha avuto compassione di noi.

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1.jpgI – Divina astuzia di fronte a un tranello

La parabola del buon samaritano, raccolta dal Vangelo di questa XV Domenica del Tempo Ordinario, è passata alla Storia come un simbolo della misericordia portata da Nostro Signore Gesù Cristo sulla terra. Si tratta di una narrazione così semplice che, dopo la prima lettura, si ha l’impressione di aver capito tutto. Invece, essa racchiude una tale sapienza e ricchezza di aspetti, che sarebbe impossibile spiegarla minuziosamente nel ridotto spazio di un articolo. Infatti, quanto più un passo della Scrittura sembra essere chiaro, tanto più contiene meraviglie e misteri.

Cogliamo allora questa occasione per contemplarla da un punto di vista che, integrando le visioni precedentemente considerate, ci aiuta a progredire nella vita spirituale.

Una domanda malintenzionata

In quel tempo, 25 un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e disse: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”

La classe più rappresentativa del pensiero giudaico di allora era costituita da scribi e farisei, che, come abbiamo visto in altri articoli nutrivano un apprezzamento decisamente maggiore per le formalità esteriori della religione che per l’intenzione e lo spirito con cui la praticavano.

In questa scena narrata da San Luca, un maestro della Legge, sicuramente fariseo, ascoltava le parole di Nostro Signore ai settantadue discepoli, appena rientrati dalla loro prima missione apostolica. Secondo l’originale greco, l’Evangelista lo definisce un “certo maestro della Legge”,1 dando l’idea di uno che non aveva alcuna importanza. Tuttavia, poiché era un legista, doveva considerarsi un grande conoscitore delle Scritture e dei precetti divini, perché conosceva tutti i requisiti per evitare di incorrere in impurità legale, ciò che era peccato e ciò che non lo era, come riparare le infrazioni, e così via.

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Gesù e i farisei (particolare) Museo di Belle Arti, Montreal (Canada)
Osservando il Redentore circondato dai suoi, questo scriba probabilmente ebbe invidia, e desideroso di distinguersi, volle metter? Lo “in difficoltà”. A tal fine, sollevò il problema di ciò che avrebbe dovuto fare per ottenere la vita eterna.

Ora, questa domanda avrebbe avuto senso solo in considerazione delle continue discussioni tra gli eletti riguardo alle diverse interpretazioni delle prescrizioni e dei costumi mosaici. Ma anche così, essa non si giustificava perché, se un maestro della Legge avesse ignorato la sua risposta, sarebbe stato non solo indegno del titolo che ostentava, ma anche non meritevole di se stesso e di colui che lo aveva formato.

Pertanto, la questione presentata dallo scriba non era sincera, ma si trattava di un tranello per screditare Gesù davanti al popolo. Tuttavia, non si aspettava di essere obbligato a riconoscere in pubblico come Maestro quello stesso che intendeva denigrare…

Rispondendo con semplicità… senza rispondere

26Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”

Nostro Signore non risponde direttamente al dottore della Legge, ma usa un sistema molto divino: con la semplicità di un bambino innocente che si trova in difficoltà, egli restituisce la domanda sotto forma di un’altra domanda, uno stratagemma utile contro chi fa indagini capziose.

Con poche parole Egli lo mette al muro, come a dirgli: “Tu, che sei legista, ricordati di quello che la Legge recita a questo riguardo”. E, se non bastasse, mette anche in chiaro quanto fosse sciocca la sua domanda, sottolineando: “Che cosa vi leggi?” Dopo tutto, lo scriba conosceva tutta la legge e credeva che questa salvasse da sola. Allora… bastava enunciare ciò che in essa era contenuto.

Una legge conosciuta, ma non praticata

27Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso!”

Messo in scaccomatto, si trovò a dover ripetere parola per parola ciò che si leggeva nella Legge. Tanto più che, senza dubbio, tutti i presenti lo fissavano in quel momento, in attesa di una risposta all’ovvia domanda che lui stesso aveva posto.

 Si può osservare che il maestro della Legge si pronunciava con sicurezza e persino con orgoglio, sebbene qualsiasi bambino fosse in grado di dare la medesima spiegazione, poiché si trattava di una sintesi del decalogo che ogni giudeo era obbligato a ripetere alla mattina e alla sera.

28Gli disse: “Hai risposto bene; fà questo e vivrai”.

La risposta era corretta, lo prescriveva la Legge… ma la strategia di Nostro Signore era molto più sottile, era divina! Le sue parole facevano intendere al suo interlocutore: “Perché Me lo hai chiesto se lo sapevi già? Praticalo!” In fondo, sottolineava che la lettera, di per sé, non giustifica, a differenza della grazia ottenuta con la Redenzione. Perché questa raggiunga la pienezza della sua efficacia, diventa necessario adempiere la Legge. Era proprio ciò che mancava agli scribi e ai farisei: essi non avevano un vero amore, perché si preoccupavano solo delle esteriorità, come ripetere il testo di un comandamento, senza però viverlo.

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Veduta aerea del deserto della Giudea, Israele
Il legista aveva appena proclamato: “Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore”. In altre parole, riconosceva che era necessario amare, cosa che è un atto di volontà. Poi aveva aggiunto “con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua intelligenza”, indicando la necessità di applicarsi interamente all’amore di Dio. Infine, aveva concluso: “E il tuo prossimo come te stesso”. Tuttavia, i farisei non rispettavano né l’una né l’altra determinazione, perché amavano solo se stessi. A loro Dio importava poco, meno ancora il prossimo.

Tema mal compreso dal popolo eletto decadente

29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”

Il dottore della Legge era in una brutta situazione. La risposta di Nostro Signore aveva discretamente rivelato che, pur conoscendo a fondo la Legge, lo scriba non la praticava, ed egli se ne rese conto. Quando aveva cercato di mostrare la sua presunta superiorità su Gesù, si era screditato davanti a tutti e si sarebbe persino potuto dire che aveva perso la sua autorità di maestro! La strada migliore ora sarebbe stata riconoscere il suo errore e chiedere perdono al Salvatore.

Egli, però, oltre ad avere una formazione era astuto. Non volendo fare brutta figura davanti all’opinione pubblica e desiderando soddisfare la propria vanità, osò fare un altro tentativo per giustificarsi. E si sarebbe rovinato di nuovo…

Da buon israelita, aveva messo tutto lo slancio e la sostanza della sua risposta in ciò che corrispondeva ai primi tre Comandamenti della Legge di Dio. Tuttavia, c’era in essa una parte che era meno chiara per gli ebrei del tempo: “Amerai… il prossimo tuo come te stesso”. Si trattava di un argomento molto discusso tra gli studiosi, poiché, a partire dal Quarto Comandamento in poi, il decalogo era soggetto a varie interpretazioni. E lo scriba colse l’occasione per porre questa difficoltà a Nostro Signore.

 Nell’Antico Testamento non c’era un’idea molto precisa sulla pratica dell’amore per il prossimo. Infatti, gli ebrei vivevano segregati da altri popoli per evitare che perdessero la fede o si deteriorassero nel contatto con le nazioni pagane. Di conseguenza, pensavano che il prossimo fosse solo il familiare o, al massimo, l’altro ebreo. Allo stesso modo, essi si consideravano gli unici eredi del Regno dei Cieli ed erano privi dello zelo per la salvezza delle anime che avrebbe caratterizzato la Chiesa Cattolica, nata dal costato del Redentore.

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Buon Samaritano (particolare) Chiesa di Sant’Enrico,
Ohio (USA)

Ora, chiedendo “Chi è il mio prossimo?”, il Dottore della Legge cercava ancora una volta di ordire un tranello per il Divino Maestro, perché sperava che Lui, la cui predicazione aveva un marcato carattere universale, dichiarasse come prossimo ogni e qualsiasi creatura umana. Se lo avesse fatto, Si sarebbe opposto alla concezione farisaica allora regnante, suscitando antipatie e provocando uno scandalo che avrebbe pregiudicato la sua missione.

Tuttavia, senza saperlo, lo scriba Gli dava un’opportunità unica per spiegare con chiarezza questo importante concetto, legato ai sette Comandamenti del Decalogo che si riferiscono al prossimo. A tal fine, la Sapienza Eterna e Incarnata creerà una bellissima parabola.

II – La parabola del buon samaritano

30Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”.

In questa narrazione Nostro Signore usa, ancora una volta, intelligenza e sottigliezza insuperabili. Prima di tutto, perché essa significava una grazia per quel povero maestro della Legge, il quale, sebbene avesse previsto di confrontarsi con il Redentore per dimostrare la propria saggezza, stava ricevendo una lezione straordinaria senza essere per nulla umiliato. Infatti, mentre esponeva la parabola, preparata da tutta l’eternità nella sua mente divina e ora esposta in linguaggio umano per fare del bene a chi era presente e alla Storia, Gesù mirava soprattutto a convertire il suo interlocutore.

Per questo, compone una scena impressionante, che coglie il temperamento orientale dei suoi ascoltatori portandoli a prestare un’attenzione unica. Si tratta di un uomo che, andando da Gerusalemme a Gerico, fu aggredito. Quella strada implicava una discesa di mille metri di altitudine per le scarpate della montagna, in un percorso di circa trenta chilometri. Molti sacerdoti e leviti che svolgevano le loro funzioni nel Tempio di Gerusalemme abitavano a Gerico e facevano con frequenza il tragitto. Non di rado, persone di cattiva condotta attaccavano coloro che passavano da lì, così che la descrizione non sembrava strana a chi l’ascoltava. A causa di questo rischio, era conveniente essere sempre accompagnati, raccomandazione non seguita dalla vittima della parabola, che finì per essere spogliata dei suoi beni e lasciata praticamente sulle soglie della morte. I dettagli dati da Nostro Signore erano tali da suscitare compassione, o per lo meno impressione, in tutti loro.

Tralasciare i sacri obblighi per egoismo

31 “Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre”.

Quando si trattava di dire la verità, Nostro Signore la proclamava come si presentava, senza risparmiare nessuno, attitudine logica in chi è la Verità. Se Egli descrive in questo modo il comportamento del sacerdote, significa, senza dubbio, che i sacri ministri dell’epoca avrebbero proceduto in modo analogo in quelle circostanze… Era la triste realtà di una gerarchia che, per la maggior parte, aveva da molto tempo trasgredito.

Ora il sacerdote era il rappresentante dell’amore di Dio. Quel ministro, nello specifico, probabilmente scendeva a Gerico perché aveva appena servito nel Tempio, dove, nell’esercizio delle sue funzioni, doveva essere a disposizione per dedicarsi agli altri e fare loro del bene. In questo consisteva la sua vocazione! Tuttavia, quando uscì dal recinto sacro, da solo, percepì a distanza la situazione di quel povero uomo e si allontanò, perché non voleva assisterlo. Non si fermò nemmeno con lo sguardo, ma lo “vide” soltanto di traverso.

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Buon Samaritano - Chiesa di San Patrizio,
New Orleans (Stati Uniti)
Immaginiamo che fosse ancora nel Tempio, osservato da tutta l’opinione pubblica; se non avesse aiutato qualcuno bisognoso, avrebbe perso la sua reputazione di buon sacerdote. Allora, per amor proprio, sarebbe stato in grado di aiutarlo in tutto. Ma siccome nessuno lo osservava in quella strada deserta, lui non si fermò, andò avanti e lasciò l’altro senza nessuna assistenza… il che è assurdo!

Per la semplice legge naturale, era obbligato ad accudire quel moribondo. Molto di più essendo un sacerdote perché, in virtù del suo ufficio, aveva il dovere di aiutarlo, anche se solo per dirgli una parola di incoraggiamento prima della morte.

32 “Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre”.

I discendenti di Levi formavano la tribù sacerdotale, che offriva i suoi membri per il servizio del culto e il ministero sacro. Uno di loro, anch’egli rappresentante dell’amore di Dio e obbligato, per lignaggio, ad assistere gli altri, passò davanti all’uomo assalito con lo stesso atteggiamento del sacerdote. Entrambe le figure della religione ufficiale si dimostravano pessime persone, dando prova che la loro pratica della Legge era solo di facciata.

Ora, il sacerdote e il levita erano di un’estrazione sociale vicina a quella del dottore della Legge, che deve essersi immediatamente proiettato nella storia e aver pensato: “E se fossi io la vittima? Passa il sacerdote, non mi soccorre; passa il levita, non mi soccorre… Che gente cattiva!”

Compassione e carità perfette

33 “Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, lo vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno’”.

Dopo i due rappresentanti del culto ebraico, Nostro Signore introduce nella parabola un samaritano, individuo di un popolo odiato dagli ebrei e considerato peggiore dei pagani, per la sua separazione dalla vera religione. Non si poteva nemmeno salutarli…

Dunque, a differenza dei personaggi precedenti, costui “passò accanto” all’uomo assalito e, pieno di commiserazione, “gli si fece vicino” per trattare le sue ferite con vino e olio, secondo il costume del tempo. Inoltre, lo collocò sopra il suo giumento e lo portò in un albergo, dove si assunse tutte le spese per il suo ristabilimento. Impossibile essere più caritatevole! Sebbene lo trovassero spregevole per il fatto che era un samaritano, egli mostrò una bontà insuperabile, che nessuno poteva negare.

La storia commosse tutti. Come ha potuto questo samaritano, appartenente a una falsa religione, essere capace di questa straordinaria compassione, mentre gli altri due, di lignaggio sacerdotale assunsero un’attitudine così riprovevole?

Il prossimo della vittima

[E Gesù chiese: 36 ] Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. 37Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fà così”.

Non è spropositato considerare l’ipotesi che il dottore della Legge fosse già passato per situazioni simili, nelle quali aveva agito come il sacerdote e il levita nei confronti di persone bisognose. Forse Nostro Signore lo stava ammonendo: “Non basta osservare la Legge se non ti prendi cura del tuo prossimo”. Così, conclusa la narrazione, il Divino Maestro gli restituisce di nuovo la domanda.

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Mons. João Scognamiglio Clá Dias saluta un sacerdote dopo l’ordinazione, 25/4/2015
La risposta era ovvia. Non aveva altra alternativa se non scegliere il terzo come prossimo. Tuttavia, egli non menziona nemmeno il termine samaritano, perché sarebbe stata un’umiliazione e temeva di essere espulso dalla sinagoga. Dice soltanto: “Chi ha avuto compassione di lui”. 

Mentre lo scriba considerava come prossimo solamente quelli della sua razza, e cercava persino di accusare il Redentore di infrangere i precetti divini per il fatto di riceverli tutti, la prima lezione che gli fu data fu quella di fargli citare la Legge e mostrargli che per esigenza di questa, la carità dovrebbe essere universale. Nostro Signore veniva a portare un nuovo regime di relazioni tra gli uomini e, con un esempio concreto, indicava come, con l’aiuto della grazia, avrebbero potuto esserci un buon trattamento e stima.

Gesù gli ha anche insegnato che il puro precetto e la mera esteriorità non bastavano, ma che era importante avere una retta intenzione. Vale di più un bicchiere comune riempito di acqua cristallina che un bel bicchiere pieno di acqua torbida. Dio non si interessa tanto degli atti esterni quanto di quello che portiamo dentro di noi. Questo è ciò che differenzia l’uomo legato al “ministero della morte” (II Cor 3, 7) di cui ci parla San Paolo, basato solamente sulla lettera della Legge e non sullo Spirito, da colui che vive della Legge della grazia inaugurata dal Salvatore.

Tuttavia, forse non si trova in queste due importantissime lezioni il fulcro dell’insegnamento del Vangelo di oggi.

III – “Fa’ la stessa cosa”!

C’è un particolare non sempre ricordato quando si commenta questa parabola. Il Divino Maestro conclude: “Fa’ lo stesso”. Naturalmente, tutti noi dobbiamo essere compassionevoli con coloro che hanno bisogno. Tuttavia, riconoscendo che anche noi siamo stati “assaliti”, abbiamo bisogno, con ancora maggiore impegno, di amare coloro che usano la misericordia verso di noi. Vediamo perché.

In generale, la nostra attenzione è rivolta alla povera vittima, considerandola come il prossimo del sacerdote, del levita e dello stesso samaritano. Tuttavia, la domanda di Nostro Signore presenta un approccio diverso: “Quale dei tre è stato il prossimo dell’uomo che è caduto nelle mani degli assalitori?”

Dobbiamo sapere non tanto chi ha considerato la vittima come suo prossimo, ma quale dei tre, secondo l’attitudine che ha avuto, è il prossimo che essa deve amare. Si tratta di una questione più complessa di quanto sembri a prima vista perché, per il ministero, spettava al sacerdote e al levita essere il prossimo più sollecito verso il popolo. Tuttavia, lo scriba non esita a rispondere che il prossimo era il samaritano.

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Sacro Cuore di Gesù - Casa degli Araldi del Vangelo, Curitiba (Brasile)
In fondo, Nostro Signore lasciava aperta la strada affinché il maestro della Legge Lo riconoscesse come colui che avrebbe dovuto amare di più, poiché nessuno voleva fare tanto bene alla sua anima quanto Lui.

Egli ha assunto le nostre ferite!

Per noi, questa domanda ha anche una risposta evidente: dobbiamo amare, soprattutto Colui che ha usato una misericordia infinita con noi. Dopo il peccato originale, l’umanità giaceva sulla strada, spogliata di tutto, abbandonata nella peggiore situazione possibile. Nostro Signore, il Buon Samaritano, lascia l’eternità, Si incarna e assume le nostre debolezze, portando una nuova dottrina dotata di potere, di cui Lui stesso dà l’esempio. Il Salvatore non solo si prende cura delle nostre ferite, ma le prende su di Sé, lasciandoSi martirizzare sulla Croce per redimere il ge nere umano, e ci accoglie nella migliore locanda che la Storia ha conosciuto, la Santa Chiesa. Fa, pertanto, molto più del samaritano della parabola. Chi più di Lui merita il nostro amore?

Dobbiamo, dunque, amarlo con tutto il cuore. In questo modo compiremo perfettamente il comandamento ricordato dallo scriba e adempiremo le condizioni per possedere la vita eterna, promessaci con il Battesimo.

Siamo buoni samaritani con il nostro prossimo

Rispetto agli altri, consideriamo quanti sono coloro che hanno bisogno del nostro aiuto perché sono stati assaliti dal ladro chiamato demonio e abbandonati con le ferite esposte, quasi senza forze. Ora, molte volte il Divino Samaritano permette che ciò avvenga perché possiamo praticare la virtù della carità di cui Egli stesso ci ha dato l’esempio.

E se ci affliggiamo nel vedere qualcuno che ha fame, e cerchiamo subito di aiutarlo, a maggior ragione dobbiamo preoccuparci di rafforzare con la Parola di Dio coloro che non dispongono dell’alimento spirituale.

Che tutti nella Chiesa abbiano piena consapevolezza di questo obbligo di guarire le ferite e di prendersi cura delle vittime del demonio che incontriamo nel nostro cammino! (Rivista Araldi del Vangelo, Luglio/2019, n. 194, p. 08 - 15)

1 In greco è utilizzato il pro? nome indefinito τις, che può essere tradotto con un certo, uno qualsiasi.

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