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Commenti al Vangelo

Fonte inesauribile di bontà

Pubblicato 2019/06/24
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Un cuore umano dotato d’infinita capacità di amare: ecco il mirabile paradosso esistente nel Sacro Cuore di Gesù, dal quale emana un apice di bontà divina.

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Vangelo

In quel tempo, 3 Gesù disse loro questa parabola: 4 “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta!’ 7Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15, 3-7).

I – l’estremo della Bontà divina si unisce a quella umana

scj1.jpgLa Santa Chiesa celebra, il venerdì successivo alla II Domenica dopo Pentecoste, la Solennità del Sacro Cuore di Gesù, il simbolo più elevato della bontà e dell’amore di Dio verso le sue creature, in modo incomparabile verso quelle che ha creato a sua immagine e somiglianza. I testi liturgici di questa commemorazione sono stati scelti specialmente per mostrare la dimensione della benevolenza divina ma, soprattutto, evidenziano l’impegno illimitato di Dio nel salvarci.

Cuore di Gesù, fornace ardente di carità

Ognuno di noi possiede dentro di sé un cuore che pulsa giorno e notte e discerne con chiarezza i propri gusti e preferenze. Comunque, quanto differente è il Cuore adorabile di Gesù, umano e, allo stesso tempo, divino! Mai qualsiasi movimento di questo Cuore discorderà dal beneplacito della Santissima Trinità. Una volta creato, Si è unito ai disegni che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo avevano per Lui, da tutta l’eternità e per tutta l’eternità, e ha manifestato a Dio il più perfetto e sublime amore, penetrato di rispetto, adorazione e sottomissione. Amore illimitato – perché la sua natura umana è unita ipostaticamente alla Seconda Persona della Santissima Trinità –, capace di abbracciare infinite umanità possibili di essere create e che ricade in profusione sull’ordine dell’universo uscito dalle sue mani, in particolare sulle creature che possiedono la sua stessa natura. Conoscendo le nostre miserie e debolezze, Egli tutto tollera, compassionevole, senza mai diminuire il suo amore, nonostante le innumerevoli occasioni in cui Gli diamo motivo per questo…

Quale deve essere, dunque, la grandezza del Cuore di Gesù, fornace ardente di carità? Per approssimarci di più alla comprensione della sua immensità, consideriamo il periodo in cui è avvenuta l’Incarnazione.

Pienezza dei tempi, pienezza della miseria umana…

Se analizziamo la storia dei popoli antichi, facendo il conto alla rovescia fino alla nascita di Nostro Signore, vedremo che, dalla caduta di Adamo ed Eva, innumerevoli infedeltà macchiavano la Terra, e il mondo giaceva nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr. Lc 1, 79), in un vero delirio di iniquità. Per incarnarSi, al fine di rimediare a tanti mali, Dio ha scelto il momento culminante della decadenza dei popoli, poiché, come osserva San Tommaso d’Aquino, “siccome sarebbe venuto il medico, era necessario che prima del suo arrivo gli uomini fossero convinti della loro infermità, sia per quanto riguarda la mancanza di scienza nella legge della natura, sia per quanto riguarda la mancanza di virtù nella legge scritta”.1 A questo proposito commenta anche San Leone Magno: “siccome l’empietà e l’errore avevano, da molto, allontanato dal culto del vero Dio tutte le nazioni, e persino lo stesso popolo eletto di Dio, Israele, nella sua quasi totalità aveva lasciato le istituzioni della Legge, e in questo modo erano tutti chiusi nel peccato, la Divina Provvidenza mostrò misericordia a tutti. Realmente, mancando dappertutto la giustizia ed essendo il mondo intero caduto nella vanità e nel male, se la Divina Onnipotenza non avesse sospeso il suo giudizio, la sentenza di condanna sarebbe caduta sulla totalità degli uomini. Ma l’ira fu scambiata con l’indulgenza e, affinché risplendesse ancor più la grandezza della grazia che si veniva a compiere, piacque allora a Dio, per cancellare i peccati degli uomini, di concedere il mistero della remissione, quando ormai nessuno poteva gloriarsi dei suoi meriti”.2

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Nostro Signore Crocifisso -
Basilica della Madonna del Rosario, Caieiras (Brasile)
Raggiunta, dunque, la pienezza dei tempi o, chissà, la pienezza della miseria umana, il Creatore ha realizzato un’opera di misericordia, inimmaginabile dagli Angeli e – a maggior ragione – dal genere umano.

Una via aperta per giungere a Dio

Secondo i nostri criteri, l’ingratitudine umana verso Dio era sufficiente perché Lui proferisse un “basta!” e abbandonasse l’umanità alla propria malvagità. Al contrario, preso da compassione per la sua creatura, Dio ha voluto incarnarSi, unendo la natura divina a quella umana, nella Persona del Verbo. Nell’assumere la nostra natura con tutte le sue contingenze, la elevò, dice Sant’Agostino, “affinché l’uomo avesse nell’Uomo-Dio una via aperta per arrivare al Dio degli uomini”.3 È una manifestazione d’amore talmente incomprensibile che solo un Dio la potrebbe escogitare! È cominciata, allora, la vera Storia, la cui fonte è nel Cuore mille volte adorabile che la Santa Chiesa commemora nella giornata di oggi.

II – Il pastore, immagine della benevolenza divina

Le letture di questa Solennità sono centrate sulla significativa figura del pastore che, facendosi in quattro in affetto e attenzioni per le sue pecore, riflette – sebbene in modo imperfetto – la bontà del Sacro Cuore di Gesù. Da sempre, Dio ha avuto in mente la creazione delle pecore e del pascolo con l’intento di render più accessibile all’uomo la comprensione della sua immensa misericordia, elevandogli l’anima fino all’Archetipo del Pastore, Cristo stesso.

Mediatore per eccellenza

Leggiamo nella profezia di Ezechiele: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine” (Ez 34, 11-12). O mistero della Fede! Per esser nostro intercessore con piena efficacia e offrire a Dio una riparazione appropriata per i peccati del mondo che soccombeva “in un giorno di nuvole e caligine”, c’era bisogno che il Verbo assumesse la nostra carne. Infatti, “una tale eccelsa grandezza a quali condizioni avrebbe operato la sua mediazione, se noi svincolati da essa eravamo prostrati a terra ad una distanza smisurata? A rendere possibile l’opera di mediazione doveva assumere qualcosa di diverso da sé; tuttavia, perché ne potessimo ottenere il compimento, doveva rimanere quello che era”,4 afferma Sant’Agostino.

Egli è venuto, dunque, in cerca di noi, come il pastore cerca la sua pecorella, e ha restaurato in noi tutto quanto avevamo perduto con la disobbedienza originale.

Gesù, causa unica di ogni fedeltà

È difficile per una mentalità cronologica comprendere che per Dio non esiste tempo – che è soltanto una sua semplice creatura – e che, pertanto, in Lui tutto è presente. Quello che è avvenuto, che avviene e avverrà fino alla fine del mondo è visto da Lui con un solo sguardo, da tutta l’eternità! In questo modo, tutta la corrispondenza alla grazia e gli atti di virtù praticati nel periodo precedente all’Incarnazione erano stati ottenuti e conquistati ante prævisa merita, ossia, per i meriti anticipati di Nostro Signore. Commenta San Leone Magno: “Quello che l’Incarnazione del Verbo ci ha portato era per il passato e per il futuro; e non c’è stata nessuna età del mondo in cui il sacramento della salvezza degli uomini fosse inoperante. […] Dalla creazione del mondo, [Dio] ha tracciato per tutti una sola e stessa via di salvezza. Poiché la grazia di Dio, con cui sono stati sempre giustificati tutti i santi, è stata, con la nascita di Cristo, aumentata, ma non cominciata; e questo mistero di così grande amore, di cui ora tutto il mondo è pieno, era così potente anche nei segnali che lo annunciavano, che non ci hanno guadagnato meno coloro che hanno creduto in lui quando era promesso, di quanto quelli che lo hanno ricevuto quando è venuto”.5

Non è senza ragione che certi dottori, come San Bernardo, difendono la tesi che alla radice della perseveranza degli Angeli fedeli nel Cielo c’è il preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, versato sul Calvario: “Colui che eresse l’uomo caduto, diede all’Angelo che stava in piedi la grazia di non cadere, liberando il primo dalla cattività, e da questa difendendo il secondo. In questo senso fu ugualmente per l’uno e per l’altro redenzione, liberando l’uno dalla schiavitù e preservando l’altro dalla possibilità di cadere nella schiavitù. È dunque chiaro che Cristo Signore fu per i santi Angeli redenzione, come fu per loro giustizia, sapienza e santificazione”.6

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San Michele Arcangelo, del Beato Angelico - Particolare del Palazzo della Santissima Trinità, Museo di San Marco, Firenze
I novantanove giusti e gli Angeli

Nel Vangelo di questa Solennità, Gesù narra la parabola del pastore zelante che cerca la pecorella smarrita e gioisce nel trovarla, applicando in seguito questa immagine alla gioia senza uguali che s’irradia nel Cielo per la conversione di un solo peccatore, più che per la perseveranza dei novantanove giusti. Avendo già avuto l’opportunità di analizzarlo in occasioni precedenti,7 mettiamo in relazione ora il passo di San Luca contemplato in questo Vangelo con la Solennità del Sacro Cuore.

Come insegna la teologia, la volontà degli Angeli, differentemente da quella degli uomini, aderisce agli oggetti in modo fisso e immutabile. Di conseguenza, essi rimangono ostinati nel male peccando, senza possibilità di tornare indietro,8 come è capitato a Lucifero e ai suoi seguaci, che ribellandosi a Dio sono stati immediatamente gettati all’inferno. Non è a loro, pertanto, che si riferiscono le parole dell’Evangelista: “Ci sarà nel Cielo più gioia per un solo peccatore che si converte…”. Non passibili di conversione, gli angeli cattivi non potrebbero causare questa gioia, se non, forse, per render evidente che il Paradiso Celeste è diventato pulito e immune dal peccato con la loro espulsione. In senso opposto, gli Angeli buoni che, avendo abbracciato la verità e in essa sono stati confermati, costituiscono i “novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

La gioia prodotta dalla conversione dell’umanità

Infatti, questo bellissimo passo del Vangelo è interpretato da diversi Padri e Dottori9 come una menzione alla quantità di Angeli, molto superiore a quella delle creature umane. A sua volta, il numero uno, la pecorella che si è perduta, rappresenta l’umanità peccatrice.

Descrivendo, allora, la gioia sentita dal pastore per il recupero della pecorella smarrita, Nostro Signore si riferisce alla conversione degli uomini, di cui Egli si occupa con indicibile affetto e desiderio di salvare, come sottolinea il Salmo Responsoriale: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla” (Sal 23, 1). L’immagine del pastore, per quanto eccellente sia questi, riproduce in maniera pallida e insufficiente la benignità di Dio, che Si è incarnato per essere nostro Buon Pastore, e il cui Cuore Sacro esulta di gioia quando una pecorella smarrita torna al suo divino ovile.

La festa della fiducia incrollabile

La devozione al Sacro Cuore di Gesù, meditata dal punto di vista del Vangelo di questa Solennità, basterebbe a rendere incrollabile la nostra fiducia, la quale è la speranza fortificata da una ferma convinzione.10 La pratica di questa virtù teologale ci dà un desiderio, pieno di certezza, che, grazie alla benevolenza di Dio – e non per i nostri meriti –, otterremo un giorno la visione beatifica, avvalendoci dei mezzi che Egli mette a nostra disposizione.

È proprio di chi cerca la perfezione percepire quanto la sua natura sia inadeguata e bisognosa di aiuto soprannaturale per la pratica della virtù. Dice la Scrittura che il giusto pecca sette volte al giorno (cfr. Pr 24, 16). Tuttavia, di fronte alle nostre debolezze non perdiamo nemmeno una briciola di fiducia, certi che, in fondo, esse offrono alla Provvidenza l’occasione di manifestare ancor più la sua grande misericordia. Alla luce di questo Vangelo dobbiamo, dunque, abbandonarci senza riserve nelle mani del Divino Pastore e lasciarci condurre come semplici oggetti della sua bontà infinita. La celebrazione del Divino Cuore potrebbe esser chiamata, allora, festa della fiducia incrollabile.

III – Cuore di Gesù, pieno di bontà e amore

Alcune ore prima che il Cuore di Gesù fosse trafitto dalla lancia di Longino, essendo in procinto di consumarsi la Passione, Nostro Signore rivolse una supplica a Dio, raccolta dal Vangelo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Perché Gesù ha voluto chiamarLo Padre e non Signore? Si direbbe fosse giunto il momento dell’indignazione divina, alla vista del rifiuto di cui era oggetto l’Agnello senza macchia. In quest’ora Egli ricorda al Padre Eterno la sua condizione di Figlio, cercando, in funzione di essa, di commuoverLo tanto quanto era commosso il suo Sacro Cuore, e lasciando trasparire il suo anelito di salvare persino coloro che Lo martirizzavano.

Ora, quei carnefici non avevano idea di chi stessero crocifiggendo e si vedevano nella contingenza di inchiodare un supposto criminale sul legno della Croce, in obbedienza a un ordine ricevuto. Noi, però, quando offendiamo gravemente Dio non possiamo affermare che non sappiamo quello che facciamo, visto che perché ci sia peccato mortale è necessaria piena conoscenza e deliberato consenso per quello che si fa.

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Quadro del Cuore Immacolato di Maria appartenente al Dott. Plinio Corrêa de Oliveira 
Padre, perdonalo perché egli sa quello che fa!

Dovremmo, dunque, prendere la ferma risoluzione di rivolgere a Dio il nostro cuore, malgrado le nostre innumerevoli miserie, pregando: “Signore, vero Dio e vero Uomo, stando sull’alto della Croce, il tuo primo pensiero è stato di perdonare quelli che Ti torturavano, perché non sapevano quello che facevano. E questo desiderio si è realizzato: per effetto della tua preghiera, nello stesso giorno essi hanno aperto gli occhi alla tua divinità, come ha attestato il centurione romano (cfr. Mt 27, 54; Mc 15, 39). Ma, Signore, essi erano meno peccatori di me, perché non sapevano quello che facevano, e io so bene quello che faccio e quanto miserabile sono. O Gesù, o Sacro Cuore, quante volte sono stato anch’io tuo carnefice! Quante volte sono stato causa della tua crocifissione! Per questo, nella Solennità di oggi io Ti imploro: sii Tu il mio intercessore presso il Padre, ora che Ti trovi seduto alla sua destra! La tua misericordia è diventata brillantissima agli occhi di tutta la Storia quando hai pronunciato questa prima parola: ‘Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno’. Ti chiedo di farla rifulgere ancora di più, implorando: ‘Padre, perdonalo, perché egli sa quello che fa!’. Perdonando quelli che sanno quello che fanno, usi una maggior clemenza di quando hai perdonato quelli che non lo sanno. Non è illimitato il tuo Cuore? Signore, ecco qui uno che Ti offre l’opportunità di mostrare, più che sulla Croce e nel Calvario, l’infinita bontà depositata dalla Santissima Trinità nel tuo Sacro Cuore. Abbi pietà di me e implora il perdono di tutte le mie colpe commesse con intera coscienza”.

Questa è la grandezza della Solennità di oggi! È la festa della misericordia, della benevolenza, del perdono! Supplichiamo, per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, che Egli dilati il nostro cuore, aumentandone la capienza affinché riceva la bontà incommensurabile del suo Sacro Cuore, e la grazia di non dubitare mai della sua generosità. (Rivista Araldi del Vangelo, Giugno/2019, n. 193, p. 08-13) 

1 SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Epistolam Sancti Pauli Apostoli ad Galatas expositio. C.IV, lect.2. 2 SAN LEONE MAGNO. In Epiphaniæ Solemnitate. Sermo III, hom.14 [XXXIII], n.1. In: Sermons. 2.ed. Paris: Du Cerf, 1964, vol.I, p.229. 3 SANT’AGOSTINO. De Civitate Dei. L.XI, c.2. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, vol.XVI-XVII, p.717. 4 SANT’AGOSTINO. Sermo CCXCIII, n.7. In: Obras. Madrid: BAC, 1984, vol.XXV, p.195-196. 5 SAN LEONE MAGNO. In Nativitate Domini. Sermo III, hom.3 [XXIII], n.4. In: Sermons, op. cit., p.103; 105. 6 SAN BERNARDO. Sermones sobre el Cantar de los Cantares. Sermón XXII, n.6. In: Obras Completas. Madrid: BAC, 1955, vol.II, p.138. 7 Si veda Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ordinario, nel Volume VI della collezione L’inedito sui Vangeli. Città del Vaticano-San Paolo: LEV; Lumen Sapientiae, 2012. 8 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.64, a.2. 9 Cfr. SAN CIRILLO D’ALESSANDRIA. Explanatio in Lucæ Evangelium. C.15, v.4: PG 72, 338-339; SAN BEDA. In Lucæ Evangelium Expositio. L.IV, c.15: PL 92, 520-521; SAN GREGORIO MAGNO. Homiliæ in Evangelia. L.II, hom.14 [XXXIV], in Lucam, n.3. In: Obras. Madrid: BAC, 1958, p.712-713; SANT’AMBROGIO. Tratado sobre el Evangelio de San Lucas. L.VII, n.210. In: Obras. Madrid: BAC, 1966, vol.I, p.456-457. 10 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.129, a.6, ad 3.

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