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Commenti al Vangelo

L’inconfondibile voce del Buon Pastore

Pubblicato 2019/05/13
Autore : Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP

Il Vangelo di questa domenica contiene un serio ammonimento per noi. Desideriamo che Dio Si adatti ai nostri difetti o cerchiamo di estirparli al fine di essere pecore del Buon Pastore?

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Vangelo

In quel tempo, disse Gesù: 27 “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29 Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 27-30).

João.jpgI – Nuova divisione tra i giudei

Il Vangelo di questa domenica, denominato come il Vangelo del Buon Pastore, il quarto del Tempo di Pasqua, raccoglie le parole pronunciate da Nostro Signore durante uno dei suoi ultimi viaggi a Gerusalemme. Ci troviamo nel decimo capitolo di San Giovanni e, pertanto, in quest’epoca, il Redentore aveva moltiplicato i pani, camminato sulle acque, operato guarigioni in quantità, insomma, realizzato innumerevoli miracoli incontestabili e noti a tutti. La sua fama si era diffusa, e l’insicurezza riguardo alla sua Persona si era stabilita in tutto Israele.

Gli Apostoli Lo avevano già riconosciuto come Messia, ma Nostro Signore aveva ordinato loro che non lo raccontassero a nessuno. Nel frattempo, l’opinione pubblica prendeva posizioni opposte nei confronti di Gesù: alcuni simpatizzavano con Lui e credevano nella sua messianicità; altri mostravano antipatia nei Suoi confronti e la rifiutavano.

Una parabola che ha diviso le acque

Prima dei versetti raccolti dalla Liturgia di questa domenica, l’Evangelista narra il miracolo della guarigione del cieco dalla nascita (cfr. Gv 9), dopo il quale il Divino Maestro polemizzò aspramente con i farisei e utilizzò, per la prima volta, la figura del Buon Pastore e dell’ovile, applicando in forma chiara ai suoi avversari l’immagine del ladro e del mercenario (cfr. Gv 10,1-13).

L’uso di parabole come quella sopra citata permetteva a Nostro Signore di farSi intendere dai suoi, mentre lasciava i nemici nel dubbio sul significato delle sue parole.

SentendoLo dire “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10, 14), i cattivi congetturavano con disprezzo: “Risulta che questo Nazareno fosse un falegname. Sarà che ora è diventato anche pastore?” Al contrario, chi aveva aderito a Gesù pensava: “Devo far parte del suo gregge!”

In questo modo, “Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole” (Gv 10, 19). Questo marcava l’ambiente quando il Salvatore Si presentò nel Tempio per la festa della Dedicazione, durante un inverno un po’ rigido in quelle regioni. “Se Tu sei Cristo, diccelo chiaramente”.

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Gregge di pecore nei dintorni di Avila (Spagna)

Possiamo immaginarLo mentre camminava nel portico di Salomone in una fredda mattina, coperto con il suo mantello fino alla testa. La Sua presenza nella Città Santa era divenuta presto nota e, vista la situazione creatasi, i suoi nemici intendevano approfittare dell’occasione per metterLo contro il muro, costringendoLo a dichiarare se fosse realmente il Messia.

“Fino a quando terrai l’animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” (Gv 10, 24), Gli chiesero i Giudei mentre Gli si facevano attorno. Conoscendo le loro cattive disposizioni, il Divino Maestro rispose appena: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza” (Gv 10, 25). E concluse la disputa spiegando la causa più profonda di questo rifiuto: “ma voi non credete, perché non siete mie pecore” (Gv 10, 26).

Con ciò Egli mostrava, in modo molto chiaro, che c’è una divisione nell’umanità: da un lato, le pecore del gregge di Nostro Signore Gesù Cristo, che di fatto si consegnano a Dio disposte a conformarsi a Lui; dall’altro, le pecore di Satana, che, per così dire, cercano un dio secondo i loro capricci, solamente per garantire il pessimo stato in cui vivono.

II – La voce del Buon Pastore

Era essenziale conoscere questi presupposti per comprendere più facilmente la chiave del Vangelo di questa quarta Domenica di Pasqua, che vuole insegnarci cosa significa essere la pecora di Gesù.

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Buon Pastore, Museo Pio Cristiano, Città del Vaticano
Figure ideate da tutta l’eternità

In quel tempo, disse Gesù: 27 “Le mie pecore ascoltano la mia voce…”

Forse il lettore non ha mai assistito a una scena di pastorizia e, per questo, risulta difficile immaginare quanto un pastore sia “udito” dalle sue pecore, sia quando mostra loro il programma del giorno o il cammino da seguire, sia quando le rimprovera per un comportamento inappropriato. Ma, per chi tiene a mente questa immagine, si tratta di un esempio commovente.

Le pecore conoscono perfettamente il timbro della voce del pastore e, riunite attorno a lui, danno persino segnali che stanno “capendo” quello che lui dice loro. Al contrario, se un’altra persona tenta di svolgere questo ruolo, il gregge non le presta la minima attenzione. E perché succede questo?

Da tutta l’eternità, Dio ha ideato la figura della pecora e quella del pastore per simbolizzare Se stesso, affinché Lo comprendiamo meglio. Così, il rapporto tra queste due creature può aiutarci a contemplare Nostro Signore Gesù Cristo come Pastore di coloro che credono in Lui.

In questo senso, l’esempio del pascolo delle pecore spiega molto l’atteggiamento dei Giudei verso il Redentore. La voce del Divino Pastore non riusciva a penetrare in quei cuori perché, per distinguere il suo timbro inconfondibile, era necessario avere fede!

Il segno distintivo delle vere pecore

27b “…Io le conosco ed esse mi seguono”.

Immaginiamo un pastore che, con un semplice atto di volontà, abbia potuto trarre dal nulla un numero incalcolabile di pecore interamente secondo i suoi desideri. L’esatta nozione che questo ipotetico pastore avrebbe sul suo gregge sarebbe una pallida immagine della conoscenza che Nostro Signore Gesù Cristo possiede di ognuno di noi, perché è stato Lui che ci ha creato con il suo infinito potere.

Fin dall’eternità, il Divino Pastore conosce ognuna delle pecore che siamo noi, anche quelle che non appartengono al suo gregge, e sa quali accetteranno la sua predicazione e quali la rifiuteranno. Per questo motivo, nella continuazione di questo versetto Nostro Signore afferma a proposito delle sue pecore: “Ed esse Mi seguono”.

In cosa consiste questo seguire Gesù?

Chi ascolta, intende; chi intende, crede; chi crede, necessariamente ama. E quando si ama, diventa facile discernere il cammino necessario per mantenersi in questo amore. Potrà essere la rinuncia a un piacere illecito che allontana dal Pastore, o la disposizione caritatevole a condurre gli altri a Lui, o… tanto altro!

Al contrario, chi non crede, non intende e continua a creare falsi ragionamenti per giustificare le vie sbagliate che ha abbracciato. In questo caso rientravano quei nemici di Nostro Signore, pecore che non appartenevano al Suo gregge, ma a quello di un altro che non merita nemmeno di essere chiamato pastore…

Ecco il segno distintivo delle vere pecore: quando sentono la voce di Gesù, Lo seguono! Colui sente e non segue, sta fuori dal gregge.

Di fronte a questa alternativa, teniamo ben presente che non esiste una terza via, poiché soltanto due amori muovono le anime: l’amore di Dio portato alla dimenticanza di se stessi, o l’amore di se stessi portato alla dimenticanza di Dio.

Pertanto, un ovile è composto da coloro il cui amore per Dio soppianta l’amor proprio e da chi lascia che l’amor proprio superi l’amore per Dio. Il primo è guidato dalla fede, che illustra il ragionamento; il secondo, dal ragionamento puro, privo di fede. Lì sta la lotta, senza possibilità di intendimento tra i due ovili, tranne che per la defezione di uno dei lati.

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Santissima Trinità Cattedrale di Colonia (Germania)
Partecipazione creata nella vita trinitaria

28a “Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute in eterno”.

Una volta segnata la differenza tra le due greggi, Nostro Signore passa a mostrare il premio concesso alle sue pecore: “Do loro la vita eterna”. Questo dono significa partecipare alla stessa vita di Dio con la grazia, dono soprannaturale che ci rende capaci di comprendere e amare Dio come Lui stesso Si comprende e Si ama.

Noi non possiamo comprenderci o amarci pienamente, perché il Creatore così ha disposto in modo da facilitare il nostro rapporto con Lui e con gli altri. Se non avessimo bisogno di un sostegno reciproco, ci considereremmo autosufficienti e tenderemmo a isolarci.

In Dio, tuttavia, la realtà è completamente diversa. In quanto Essere infinito, senza principio e senza fine, il Padre Si comprende con così tanta precisione che in questo atto genera da tutta l’eternità una Persona identica a Se stesso, il Figlio. Mentre Si contemplano, Entrambi Si amano con un amore così profondo e fecondo che ne deriva lo Spirito Santo. Questa è la Santissima Trinità, tre Persone in un solo Dio, verità ineffabile che la nostra intelligenza non raggiunge ed è capace di accettare solo attraverso la fede data alla Rivelazione.

La grazia consiste, dunque, in una partecipazione creata in questa vita trinitaria, ed è l’intera adesione ad essa, mediante il rifiuto del peccato e la pratica della fede e delle opere buone, che impedisce alle pecorelle di perdersi. Questa è la ricompensa riservata dal Buon Pastore a coloro che si consegna interamente a Lui: la vita eterna, il cui seme ricevuto su questa terra sboccerà in pienezza nella gloria.

Nessuno potrà strapparle dalle sue mani

Continua Nostro Signore:

28b “E nessuno le strapperà dalla mia mano”.

Sebbene siamo pecore di Gesù, costantemente il demonio, il mondo e la carne tentano di ingannarci, dicendo che la felicità sta nelle vie dell’orgoglio e della sensualità; ma non dobbiamo temere. Una volta che abbiamo ascoltato la voce del Pastore e aderito a Lui seguendo i suoi insegnamenti, nessuno potrà strapparci dalle sue mani: il Verbo Incarnato questo ha promesso e la sua parola è legge. Anche se si applicano tutti i mezzi per perderci, Egli ci concederà sempre le forze necessarie a resistere e ci salverà.

Da questa affermazione del Divino Maestro si conclude anche che, quando uno scappa dalle sue mani, questo non è per Suo desiderio, ma perché la pecora ha in qualche modo negato il legame con il Pastore, consegnandosi a quello che Gli è contrario. Commette un grande errore chi dà la colpa esclusivamente a queste o a quelle circostanze per la propria decadenza. Anche se viene raggiunto dalla calunnia, dall’odio e dalla persecuzione, se la persona non abbandona Nostro Signore, Lui non lo lascerà mai.

In questo senso, il valore della fede nella vita presente è paragonabile alla situazione di un naufrago in alto mare a cui viene lanciata una corda: egli sarà in salvo purché rimanga attaccato alla corda che lo tiene unito al riscatto. Nel nostro caso, la corda salvifica si chiama fede.

Seguire la voce del Pastore è stare in Dio

29 “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola”.

Sottolineando in una forma più profonda tutto ciò che aveva appena detto riguardo alla vita eterna, tesoro riservato alle pecore del suo gregge, in questo versetto Nostro Signore mostra che il legame tra Pastore e pecore non avviene solo con Lui. Attraverso la Seconda Persona della Santissima Trinità, tale vincolo si estende alla Prima e alla Terza.

La spiegazione teologica di questa realtà sublime ci viene offerta da Gesù stesso. A causa dell’intima unione tra le tre Persone Divine, sopra commentata, tutto ciò che il Padre vuole, lo vuole anche il Figlio; tutto ciò che il Padre fa, lo fa anche il Figlio. E lo stesso vale per lo Spirito Santo. Ora, se nessuno può strappare le pecore dalle mani del Figlio, mai le strapperà dalle mani delle altre due Persone.

La pecora che ascolta la parola del Pastore è dunque unita a Dio Padre, a Dio Figlio e a Dio Spirito Santo. Per quanto i nemici lo vogliano, essa non uscirà mai dal seno della Santissima Trinità, se non per sua volontà.

Questa dottrina costituiva una novità per il popolo eletto, che considerava Dio come Signore, ma non come Padre. Essendo alla fine della sua vita pubblica, il Figlio rivelava loro nel Tempio il mistero della Santissima Trinità, nello stesso tempo in cui Si dichiarava Dio.

Una visione naturalista del Messia

I giudei che rifiutarono Nostro Signore lo fecero perché lo consideravano da un punto di vista meramente umano.

Si aspettavano un Messia secondo i loro criteri mondani, interamente destinato a risolvere le questioni politiche, sociali e finanziarie di Israele. Vedendo i portentosi miracoli operati da Nostro Signore, pensarono che, finalmente, era arrivato colui che avrebbe garantito loro la supremazia su tutti gli altri popoli.

In questo modo, se avessero trovato nel Divino Maestro una giustificazione al loro egoismo e ai deliri di dominio temporale, si sarebbero rallegrati all’ipotesi che Lui si dichiarasse Messia; no, però, se Lo avessero sentito predicare un regno spirituale, che esigesse da loro un cambiamento di costumi e di mentalità. In altre parole, desideravano costruire un ponte tra il male in cui vivevano e il bene che è Dio.

Si trattava, pertanto, di un problema di fede, non di ragionamento. Pur essendo intelligenti, erano diventati incapaci di comprendere le cose dell’Alto, perché mancava loro la virtù della fede. Il naturalismo aveva oscurato la loro vista di fronte all’evidenza che si trovavano di fronte ad un Uomo completamente fuori dal comune, talmente fuori dal comune che non poteva essere un semplice Uomo!

A nessuno mancano grazie per credere

Ancora una volta, diventa chiaro che quando la pecora si abbandona con fede nelle mani del Pastore, resta in qualche modo confermata nella grazia. In senso opposto, dal momento in cui si rifiuta di credere e fugge dall’amore divino, si mette in rischio imminente. Questo era il caso di quegli ebrei che non volevano né ascoltare né intendere la sua voce, nonostante fossero stati invitati a questo.

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Il Buon Pastore - Chiesa del Santissimo
Sacramento del Bronx, New York 

Ecco un principio teologico fondamentale: a nessuno mancano le grazie necessarie per aderire alla verità. Persino un selvaggio, che non è mai stato in contatto con un missionario, contemplando l’ordine della natura, riceverà grazie per comprendere l’esistenza del Dio che l’ha creata e, come insegna San Tommaso d’Aquino1 , potrà salvarsi, perché chi trova qualcosa di superiore a se stesso e lo ama più di se stesso, in questo istante è giustificato. Il punto centrale della questione sta nell’accettare o rifiutare queste grazie, e da questo dipenderà il destino eterno di ognuno dopo la morte.

Quei figli di Abramo, posti di fronte all’Autore della grazia, al Figlio di Dio Incarnato, rifiutarono le grazie che erano loro concesse e pochi giorni dopo Lo crocifissero. Altri, però, vedendo i segni che Egli moltiplicava ovunque, le accettarono e riconobbero che lì stava il Salvatore, entrando così nel suo gregge!

III – Gesù ci invita a gran voce a seguirLo

Il Vangelo di questa domenica contiene un serio avvertimento per noi. Possiamo dire che ci consegnamo interamente al Buon Pastore? O ci comportiamo come quei giudei che, in fondo, desideravano un Messia che giustificasse i loro vizi, senza esigere da loro alcun progresso spirituale?

Dobbiamo avere la cura di chiederci: desideriamo che Dio Si adatti ai nostri difetti, o cerchiamo di estirparli per essere pecore che ascoltano la voce di Gesù e Lo seguono? Questo è il punto: quando riconosciamo la divinità di Nostro Signore, dobbiamo cambiare vita!

Pressione per condurre una vita separata dall’eternità

In questo nostro XXI secolo, quanta pressione viene esercitata sui buoni cattolici affinché rifiutino questo invito della grazia! Pressione dal mondo, dalla televisione, da internet, dall’interazione sociale… sempre nel senso di condurre una vita senza fede, completamente separata dall’eternità e dalla quale Nostro Signore Gesù Cristo è assente. Se dovessimo elencare qui tutti i costumi attuali in questo senso, non ci sarebbe abbastanza carta su tutta la terra!

Tuttavia, sostenuto dalla promessa del Divino Pastore che nessuno gli strapperà le pecore dalle mani, devo decidermi. Se, ad esempio, volessi guardare programmi inappropriati in televisione, non posso più farlo! Se mi unissi a compagnie che mi porterebbero a peccare, devo evitarle! Se prima ero solito non governare il mio sguardo, cedendo alle sollecitazioni dell’immoralità che imperversano nelle strade, ora devo cambiare!

Siamo pecore del Buon Pastore!

Dio vuole, ha sempre voluto e sempre vorrà salvare tutti gli uomini e concedere loro la vita eterna di cui parla Nostro Signore in questo Vangelo. Ma per questo, impone una legge: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22, 37). Da essa derivano gli altri Comandamenti, il cui adempimento rende le nostre azioni quotidiane simili al modello divino. Questa è la porta dell’ovile di Gesù e attraverso di essa dobbiamo entrare, altrimenti non faremo parte del numero delle sue pecore.

La voce del Buon Pastore ci chiama oggi a gran voce ad ascoltarLo e seguirLo come pecore docili, desiderose di istruirsi nella dottrina cattolica, di ricevere i Sacramenti, di evitare il peccato, in una parola, di fare un ulteriore passo verso la meta che Egli ci ha destinato: la santità! Siamo dunque pecore del gregge di Cristo! (Rivista Araldi del Vangelo, Maggio/2019, n. 192, p. 08-15) 

1 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q.89, a.6.  

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