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Santa Rosa di Viterbo: Misericordia e intransigenza provenienti da un amore ardente

Pubblicato 2019/03/19
Autore : Bruna Almeida Piva

Dalla più tenera infanzia, la serafica anima di Rosa ricevette un’alta missione, dal tenore profondo, ampio e inconsueto: soffrire il martirio della fedeltà, combattendo l’ondata di avidità e insubordinazione che sembrava dominare l’Europa.

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Affresco del Duomo di Ivrea
"La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà” (I Cor 13, 4-8). 

Ecco un passo della Sacra Scrittura che ben riassume la vita di Rosa da Viterbo. Una semplice contadina italiana, dovette affrontare ogni sorta di persecuzioni, sofferenze e avversità, e seppe proclamare ai secoli futuri che nulla è impossibile a un’anima veramente amorevole di Nostro Signore Gesù Cristo.

Nata in piena guerra!

La città dove Rosa nacque era diventata nel XIII secolo palco di una violenta disputa. La Santa Chiesa, oltre a essere devastata dall’eresia catara, era allora perseguitata e sfidata da Federico II, imperatore tedesco che voleva annettere l’Italia ai suoi domini, non esitando, per questo, a impossessarsi anche dei territori pontifici, ai quali apparteneva anche Viterbo.

La penisola italica era divisa in due partiti: i seguaci dell’imperatore, chiamati ghibellini, e i difensori del Santo Padre, denominati guelfi. Questi ultimi erano molto numerosi e forti nella città, e questo portò papa Gregorio IX, espulso da Roma dai rivoltosi, a rifugiarsi nel Palazzo Pontificio che c’era. Così, quando Santa Rosa venne alla luce nel 1235, poté constatare da vicino il caos della sua epoca e la furia dei nemici contro la Chiesa.

Nel 1240, Viterbo cadde nelle mani degli ufficiali dell’imperatore, che tiranneggiarono la popolazione. Il popolo e i nobili guelfi furono obbligati a lavorare alla costruzione di una fortezza, trasportando pietre e legna, in una routine estenuante.

Inoltre, l’empio sovrano aveva ordinato che fossero arrestati tutti coloro che erano sospettati di aver preso le armi contro di lui, prendendo le parti del Papa. Le loro fronti erano marchiate dagli aguzzini con ferri incandescenti e venivano rinchiusi in prigioni sotterranee infette, insieme ai cadaveri o, a volte, venivano bruciati vivi. Gli abitanti di Viterbo temevano di trovare la morte da un momento all’altro, per la miseria, per la fame o per l’abbandono in quelle terribili segrete che loro stessi erano costretti a costruire…

 In questo travagliato periodo storico visse la piccola Rosa. Per questa ragione, già nei primi albori della sua esistenza, comprese la santità della Chiesa e la turpitudine dei suoi persecutori. Di fronte a questo duplice panorama, nella sua anima infantile si armonizzavano due estremi: un forte amore per il bene e un intenso odio per il male.

Infanzia pervasa da miracoli

Dalla tenera età, Rosa dava autentiche dimostrazioni di virtù e il profumo della sua santità attirava l’attenzione dei suoi familiari e vicini. Prima ancora che imparasse a camminare, accompagnava sua madre alle Messe e ad altri atti di pietà nella Parrocchia di Santa Maria in Poggio, comportandosi con un singolare raccoglimento.

Si rallegrava nell’ascoltare i fatti della vita di Santa Chiara, che dal 1212 viveva reclusa ad Assisi con alcune altre giovani che la seguivano nel suo cammino di radicale consacrazione a Cristo. Soprattutto era deliziata dalla narrazione della miracolosa sconfitta inflitta da questa santa fondatrice ai Saraceni che volevano impossessarsi del suo convento! Si racconta che un giorno sorpresero la bambina nella sua stanza, circondata da uccellini che le svolazzavano intorno felici, lasciandosi catturare e accarezzare, senza dubbio attratti dalla sua grande innocenza…

Uno dei suoi biografi racconta anche che, quando Rosa aveva ancora tre anni, morì una sorella di suo padre. Nell’udire la notizia, la santa bambina si avvicinò alla bara, si inginocchiò, alzò le mani e recitò una preghiera a Nostro Signore Gesù Cristo. Imponendo, quindi, le piccole mani sul cadavere e chiamando con dolcezza la zia, le restituì miracolosamente la vita, lasciando stupefatti i presenti.1

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Imponendo le sue manine sul cadavere e chiamando
soavemente sua zia, gli restituì la vita miracolosamente

Santa Rosa risuscita una parente -
Santuario di Santa Rosa, Viterbo

Primi contatti con la società

Sull’esempio del Divino Infante, ogni giorno Rosa cresceva in sapienza e grazia, davanti a Dio e agli uomini (cfr. Lc 2, 52). Pertanto, nella convivenza con i suoi concittadini, Rosa analizzava le conversazioni con profondità.

L’afflizione regnante tra tutti portava quel piccolo serafino a meditare a lungo su come poteva dimostrare a Nostro Signore Gesù Cristo il suo amore, espiare i peccati commessi contro di Lui e combattere coloro che oltraggiavano la Chiesa. Ora, non scoprendo subito i mezzi necessari per questo, cominciò a soccorrere gli infermi che incontrava e a dare loro alimento.

Su questo zelante apostolato, un altro dei suoi biografi commenta: “Si diceva che Dio ascoltasse sempre le sue suppliche. Alcuni pazienti assicuravano che lei li aveva guariti. ‘Le devo la vita!’, diceva sua zia. ‘Senza le sue preghiere non avrei avuto quest’altro figlio, e nemmeno io esisterei’, dichiarava sua madre. ‘Intenerita dalle mie lacrime e dalla mia paura di essere sgridata’, raccontava una compagna della Santa, ‘Rosa aggiustò la mia brocca, rotta mentre tornavo dalla fontana’. Fu così che si formò una legenda aurea su Rosa, grazie alle persone che si raccomandavano alla sua intercessione e che la sua bontà infallibile beneficiava”.2

Tutti questi prodigi non potevano provenire se non da una profonda vita di pietà, che Rosa possedeva autenticamente. Nella sua stanza, “una stretta abitazione che riceveva luce da una piccola apertura sbarrata, situata nella parte superiore della spessa parete, come in una prigione sotterranea”,3 trascorreva lunghe ore pregando in ginocchio sul pavimento accidentato, assorta in contemplazione; là praticava dure e austere penitenze; là riceveva innumerevoli comunicazioni mistiche e visioni soprannaturali, che le erano già diventate usuali. Molte persone erano solite spiarla, per edificarsi con lo spettacolo del suo fervore!

Rosa si sentiva, in verità, chiamata alla vita monacale. Tuttavia, come sarebbe accaduto a Santa Teresina del Bambino Gesù, non poteva entrare in un convento a causa della sua giovane età… Perciò, in compensazione, lei si impegnava a imitare a casa la vita delle religiose.

Maria Santissima le affida una missione!

All’età di otto anni, Rosa si ammalò gravemente. La febbre la prostrò per quindici mesi dolorosi. A causa della malattia, diventò “una povera bambina pallida, distesa in un angolo della sua stanza, su un pagliericcio”.4

Tuttavia, “non si lamentava mai, e quando era colpita da una crisi di tosse, sussurrava dolcemente: ‘Grazie, mio Signore!’”5 Come un piccolo agnello, si lasciava immolare dalle sagge mani di Dio e si rallegrava di consolare Gesù con i suoi dolori. Ora, nella sua generosità, giudicava insufficienti le sofferenze che pativa, e impedita dal fare più penitenze, supplicava insistentemente il Divino Redentore: “Dolce Signore mio, fammi soffrire per Te, o allora chiamami al tuo fianco!”6

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“Non mi ricevete ora, ma verrà il giorno in cui mi accoglierete tra di voi con molto piacere!”

Chiostro dell’antico convento di San Damiano, a Viterbo

Infatti, Dio la chiamò, non in Paradiso, ma a combattere l’imperatore apostata che, come gli antichi cesari romani, intendeva diventare il padrone del mondo intero.

Un giorno, circondata da alcuni vicini e conoscenti, con gli occhi chiusi e quasi disfatta dalla malattia, l’angelica bambina abbozzò improvvisamente un leggero sorriso… Aprì bene gli occhi, lucenti, e si alzò in piedi. Era in estasi!

Dopo aver conversato con alcuni Beati, ordinò ai presenti: “Mettetevi in ginocchio! Salutate la Regina che viene attorniata da Angeli e Santi!”7 Allora, come uno che ripete parola per parola un testo dettato da un altro, cominciò a ripetere quello che la Santissima Vergine le diceva: “Figlia mia, devi vestire l’abito della penitenza e predicare contro i nemici della Fede! Non aver paura! In questa e nell’altra vita tutti quelli che ti ascolteranno saranno benedetti e coloro che chiuderanno le loro orecchie saranno castigati!”8

La Madonna confermava, così, tutti gli aneliti che la grazia aveva seminato nella sua anima fin dalla più tenera infanzia, e le affidava un’alta missione, di contenuto profondo, ampio e inconsueto: soffrire il martirio della fedeltà, con risolutezza ferma e categorica, combattendo l’ondata dell’avidità e insubordinazione che sembrava dominare l’Europa.

Inizia la sua predicazione

Dopo il miracolo, la santa giovane iniziò a eseguire gli ordini celesti senza esitazione: si tagliò i capelli, indossò una veste povera e grossolana di penitenza e partì per un pellegrinaggio alla Chiesa di San Giovanni Battista, perché era il 24 giugno, giorno in cui si commemora la sua nascita. Dietro di lei si unirono numerosi fedeli che, sapendo della sua miracolosa guarigione e dell’apparizione della Madonna, desideravano contemplare da vicino la sua santità.

A partire da allora, Rosa cominciò a dedicarsi esclusivamente alla predicazione: percorreva le strade della città, tenendo sempre un crocifisso tra le mani, parlando alle folle e infiammandole di amore per il Crocifisso e di pentimento per i loro peccati. Il suo zelo per la causa della Chiesa, la sua passione per il Divino Redentore e il suo desiderio che cessassero di offenderLo, la rendevano santamente ostinata per la conversione delle anime, e facevano sì che predicasse sia in momenti opportuni, sia in altri inopportuni, senza preoccuparsi di se stessa, con una inesauribile pazienza e mirabile saggezza.

Molte volte, era così grande il numero di coloro che venivano ad ascoltare le sue esortazioni e così piccola la sua statura di bambina, che era obbligata a salire su delle pietre per poter essere vista da tutti… Al contatto con la sua anima di luce, si animavano i deboli, si riconquistavano i perduti, si santificavano i buoni.

Incompatibile con l’errore

Dotata di un genio audace e inflessibile di fronte al male, Santa Rosa frequentemente ingaggiava accese discussioni con certi ghibellini che osavano proferire ingiurie contro il Papa e la Chiesa. Un giorno, dopo averla insultata, uno di loro la colpì brutalmente. Lei, però, lungi dall’esaltarsi, disse solo con serenità: “Povero… Entro tre giorni sarai tu colpito!” Infatti, tre giorni dopo l’infedele si scoprì lebbroso e divenne oggetto di orrore per i suoi concittadini.9

La presenza di questa virtuosa giovinetta in quella città provocava una vera esasperazione ai nemici della Fede, poiché lei convertiva un gran numero dei suoi adepti, costantemente sconvolgeva i loro piani e accendeva l’entusiasmo nell’esercito dei difensori del Papato. Impulsiva, audace e impetuosa, Rosa smentiva le più vibranti invettive e sgridava gli infedeli. Così giovane e fragile, divenne, per la sua fedeltà cristallina, il flagello dei catari e la rovina dei ghibellini.

L’odio dei malvagi contro Rosa, tuttavia, raggiunse il suo apice quando iniziò a profetizzare la morte imminente di Federico II: “Ascoltate bene! Tra pochi giorni esulterete di gioia, perché otterrete una grande vittoria! Stanotte, un Angelo mi ha annunciato la morte imminente dell’imperatore!”10 Inferociti, i capi e i governatori ghibellini decisero di esiliarla, dal momento che ucciderla avrebbe causato una ribellione irrefrenabile.

Senza nessuna via d’uscita, la serafica vergine, accompagnata dai suoi genitori, Giovanni e Caterina, si vide costretta a partire senza meta lontano dal suo villaggio, di notte, in pieno e rigoroso inverno. Si rifugiarono nella cittadella di Soriano, dove erano al potere i guelfi.

Qualche tempo dopo, annunciarono pubblicamente la morte di Federico II, avvenuta il 13 dicembre 1250. Con ciò, dopo diciotto mesi di esilio, Rosa poté tornare nella sua terra natale, dove finalmente contemplò i frutti immediati del suo apostolato e del suo sforzo: Papa Innocenzo IV aveva recuperato una ad una le città pontificie e si era diretto a Viterbo, dove aveva fatto demolire la fortezza ghibellina e assoggettare i rivoltosi.

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Corpo incorrotto della Santa, venerato nel Santuario di Santa Rosa, annesso all’antico convento
Ultimi anni vissuti in raccoglimento

Avendo adempiuto l’incarico affidatole dalla Vergine Santissima e desiderando essere del tutto dimenticata, Rosa chiese di essere ricevuta nel monastero delle clarisse di San Damiano, ma la superiora la respinse, adducendo diversi pretesti. In realtà, la considerava “una pericolosa visionaria, capace di perturbare la pace della comunità con le sue follie”.11

La giovane santa non insistette, ma annunciò: “Non mi ricevete ora, ma verrà il giorno in cui mi accetterete tra di voi con molto piacere!”12 E si rassegnò a passare il resto dei suoi giorni ritirata nella sua stessa casa.

In poco tempo, si unirono a lei alcune giovani amiche che, istruite dai suoi saggi insegnamenti, dedicarono anch’esse la loro vita al servizio di Dio. In questo modo, Rosa radunò un numero considerevole di seguaci e fondò una prospera comunità femminile che si reggeva secondo la regola del Terzo Ordine di San Francesco. Tuttavia, le monache di San Damiano presto ottennero una bolla da papa Innocenzo IV, che impediva lo stabilimento di qualsiasi comunità di religiose o religiosi a meno di due miglia di distanza dal loro convento. Le discepole di Santa Rosa furono obbligate a disperdersi.13

Quelle che avrebbero dovuto sostenerla, la disprezzavano come una squilibrata e cercavano di respingerla lontano; ma lei, senza ombra di risentimento o dispiacere, si consolava ricordando che tali rifiuti e patimenti morali aveva sofferto, in misura elevatissima, anche il suo amato Gesù.

Sereno ingresso nell’eternità

Il piccolo Angelo di Viterbo, dopo aver passato diversi mesi reclusa in casa sua, prese un’ultima malattia, per mezzo della quale Dio l’avrebbe chiamata in Cielo. Di salute sempre fragile, Rosa non ci mise molto a entrare in agonia. Si confessò, ricevette il Viatico con mirabile pietà, e poco dopo spirò serenamente, pronunciando i sacri nomi di Gesù e Maria.

I viterbesi la piansero copiosamente e immediatamente iniziarono a ricorrere alla sua intercessione, come a quella di una Santa. I Beati, da parte loro, accolsero con gioia l’anima di colei che, su questa terra, non aveva fatto altro che proclamare con le sue opere le soavi parole del salmista: “Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. Ecco, perirà chi da te si allontana, tu distruggi chiunque ti è infedele. Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, per narrare tutte le tue opere presso le porte della città di Sion!” (cfr. Sal 73, 25-28).

Diciotto mesi dopo la morte di Rosa, il suo corpo, che era stato sepolto nel cimitero parrocchiale di Santa Maria in Poggio, fu riesumato e trovato incorrotto. Sette anni dopo, il 4 settembre 1258, papa Alessandro IV lo trasferì solennemente nel Convento di San Damiano, lo stesso che un tempo l’aveva respinta. (Rivista Araldi del Vangelo, Marzo/2019, n. 190, p. 32-35)

1 Cfr. BARASCUD, JeanCharles-Dieudonné. Vie et miracles de Sainte Rose de Viterbe. Vierge du Tiers-Ordre de Saint-François. 2.ed. Paris: Victor Sarlit, 1864, p.5-7. 2 BEAUFAYS, OFM, Ignacio. Santa Rosa de Viterbo. Buenos Aires: Caritas, 1942, p.28-29. 3 Idem, p.10. 4 Idem, p.33. 5 Idem, ibidem. 6 Cfr. Idem, p.34. 7 Idem, p.36. 8 Cfr. Idem, ibidem. 9 Cfr. Idem, p.51-52. 10 Idem, p.53. 11 Idem, p.67. 12 Cfr. Idem, ibidem. 13 Cfr. BARASCUD, op. cit., p.143.

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