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Santi

San Policarpo di Smirne: “Fondato su roccia incrollabile”

Pubblicato 2019/02/01
Autore : Don Francisco Teixeira de Araújo, EP

Formato da San Giovanni Evangelista e illuminato dagli insegnamenti di Sant’Ignazio di Antiochia, San Policarpo poté progredire continuamente nelle vie della santità e coronare con il martirio i suoi quasi cinquant’anni di ministero episcopale.

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Uno spettacolo magnifico, degno di essere assistito con elevazione anche dalle legioni angeliche, fu il martirio di San Policarpo, vescovo di Smirne. Nato verso l’anno 69 dell’Era Cristiana, ebbe la grazia di essere formato dall’apostolo San Giovanni, che gli affidò il governo delle chiese di questa regione dell’Asia.

Verso la metà del secondo secolo, le calunnie sollevate contro i cristiani in Asia producevano i loro più mefitici frutti. Molto opportunamente scrisse a questo riguardo San Giustino, filosofo e apologista del Cristianesimo: “È evidente che non c’è nulla capace di terrorizzarci o di sottometterci alla schiavitù, noi che, per tutte le vastità della terra, crediamo in Gesù. Poiché non rinneghiamo la nostra Fede, siamo certamente decapitati, crocifissi, gettati alle belve, imprigionati, tormentati col fuoco e con ogni tipo di supplizi; tuttavia, quanti più tormenti ci infliggono, più cresce il numero di coloro che credono e prestano culto a Dio con il nome di Gesù”.1

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“Mi glorierò delle mie sofferenze ed esulterò per le mie piaghe”

San Policarpo di Smirne – Chiesa di Notre-Dame, Digione (Francia)

Uomini di fede incrollabile

Del tutto consapevoli di questa realtà erano i cristiani di Smirne. Quando, infatti, si abbatté su di loro il furore della plebaglia pagana assetata di sangue, che non risparmiava bambini né anziani, supplizio alcuno fu in grado di scuotere la loro fede: disprezzando le minacce dei magistrati, si preparavano, per mezzo di un breve tormento, a passare presto dalla vita terrena alla dimora della felicità eterna.

In una lettera diretta “alla Chiesa di Dio stabilita a Filomelio e a tutte le chiese cattoliche ovunque esse siano stabilite”,2 gli abitanti di Smirne raccontano in dettaglio il martirio del loro santo Vescovo. Prima di lui, fu imprigionato e portato nell’anfiteatro un giovane di nome Germanico. Nell’imminenza del supplizio, il proconsole tentò con melliflue parole di convincerlo all’apostasia:

— Visto che tu disprezzi tutti i beni della terra, pensa almeno alla tua giovinezza, brucia l’incenso e la tua vita sarà risparmiata…

Come unica risposta, Germanico provocò le bestie perché avanzassero subito contro di lui, poiché aveva fretta di conquistare il Regno dei Cieli. La folla tumultuante pagana fu presa da stupore davanti a tale grandezza d’animo, ma presto tra quelle belve umane si udirono grida furibonde: “Tortura ai colpevoli! Cercate Policarpo!”

Nessun supplizio lo avrebbe portato a rinnegare la sua Fede

San Policarpo, uomo di esimia prudenza e solido discernimento, decise di nascondersi. Non per paura dei tormenti, perché desiderava anche lui versare il sangue per amore di Cristo, ma perché era questo il provvedimento più adeguato alla situazione. Andando di città in città, frustrò diverse volte le speranze dei suoi persecutori. Un giorno, però, sottoponendo a torture un bambino, gli sbirri riuscirono a far sì che li conducesse nel luogo in cui si trovava allora il santo Vescovo. Avvisato in tempo, lui aveva ancora la possibilità di fuggire in un’altra casa, ma preferì rimanere lì: “Si compia la volontà di Dio”, spiegò. Scese dal piano superiore e andò incontro ai soldati inviati a catturarlo. Conversò serenamente con loro, ordinò al personale della casa di dar loro da mangiare, e fece loro una sola richiesta: un po’ di tempo per pregare. Dopo due ore di fervente preghiera, partì con la scorta dei soldati, montato su un asino, come il Divino Maestro.

Nei pressi della città, incontrò un magistrato che, con finte buone maniere, cercò di convincerlo che non c’era nulla di male a bruciare un po’ di incenso agli idoli. Preso da indignazione, il Santo replicò che nessuna tortura del mondo lo avrebbe portato a tale infamia: né il fuoco, né la fame, né atroci catene di ferro, né le frustate.

“Mi glorierò nelle mie sofferenze”

Con questa disposizione d’animo, entrò nell’arena dell’anfiteatro di Smirne con passo fermo, sdegnoso della plebaglia. Portato davanti al proconsole romano, disprezzò le sue minacce e fece senza paura una professione di fede in Nostro Signore Gesù Cristo.

Il magistrato gli propose con voce carezzevole:

— Prendi in considerazione almeno la tua anzianità… Non potrai resistere a tormenti capaci di terrorizzare i giovani… Giura per la fortuna di Cesare, disprezza Cristo e sarai messo in libertà.

— Compirò ottant’anni e ho sempre proclamato il nome di Gesù e L’ho servito. Non sono mai stato danneggiato da Lui; al contrario, Egli mi ha sempre salvato. Come posso ora odiare Colui al quale ho prestato culto, che considero buono, che ho sempre desiderato che mi favorisse, il mio Imperatore, il mio Salvatore, persecutore dei malvagi e vendicatore dei giusti?

Dopo aver fatto alcuni vani tentativi, il proconsule minacciò:

— Ho delle belve terribili alle quali ti butterò e loro ti faranno a pezzi, se non cambierai idea.

— Bene dunque – rispose il prelato – si sazi in me la sanguinosa furia dei leoni. Mi glorierò delle mie sofferenze ed esulterò per le mie piaghe. Quanto maggiori saranno i tormenti, più splendido sarà il mio premio.

— Se con tale presunzione continui a disprezzare i denti delle belve, sarai bruciato al rogo.

Con incrollabile fermezza, ribatté Policarpo:

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Illuminato dai preziosi insegnamenti di Sant’Ignazio di Antiochia e incoraggiato dal suo buon esempio, San Policarpo poté progredire continuamente nelle vie della santità e, infine, coronare con il martirio i suoi quasi cinquant’anni di ministero episcopale

Sant’Ignazio di Antiochia viene divorato dalle belve - Basilica di San Clemente, Roma

— Mi minacci con un fuoco che brucia per un’ora e poi si spegne; ignori i tormenti del fuoco eterno, nel quale gli empi bruceranno. Ma perché perdere tempo in lunghi discorsi? Fai di me ciò che hai deciso o sottoponimi a qualsiasi altro tipo di tormento che ti venga in mente.

Si appiccò il fuoco, ma le fiamme non lo bruciarono

Una radiosità della grazia celeste inondava il volto di Policarpo mentre pronunciava queste parole. Il fatto meraviglioso causò stupore persino al proconsole, ma non gli impedì di condannare l’uomo di Dio a essere bruciato vivo.

Si preparò in poco tempo il falò per il sacrificio finale. Con la serenità di chi ha la buona coscienza, San Policarpo si slacciò la cintura, si tolse la tunica e si tolse i sandali. Quando i carnefici vollero legarlo al palo di ferro, secondo il costume e le prescrizioni legali, egli obiettò:

— Lasciatemi slegato, perché Colui che mi ha dato la decisione mi darà anche il potere di sopportare il fuoco ardente.

Si limitarono, così, a legargli le mani dietro la schiena. E il santo martire, alzando gli occhi al cielo, fece ad alta voce questa preghiera: “Dio degli Angeli, Dio degli Arcangeli, nostra risurrezione, perdono dei peccati, reggitore degli elementi e delle cose tutte del mondo da Te create; protettore di tutti i giusti che vivono davanti a Te; Ti benedico per avermi considerato degno di ricevere la corona del martirio, ed assaggiare il calice del Figliuol Tuo Gesù Cristo, il quale è un con Te e collo Sprito Santo; acciocché compiuto il sacrificio di questo giorno, io venga al conseguimento delle tue promesse; il che fermissimamente aspetto da Te, che sei Signore fedele e verace. Ecco io dunque Ti lodo e benedico in tutte le cose, coll’eterno e benedetto Figliuol Tuo Gesù Cristo, col quale a Te sia gloria, col Padre e con lo Spirito Santo in eterno. Amen”.3

Il carnefice appiccò il fuoco, si elevarono le fiamme e… avvenne il miracolo: le fiamme formarono un arco curvato ai suoi fianchi, con le due punte un po’ dilatate, a somiglianza delle vele di una nave, come a coprire con un soave abbraccio il corpo del martire. E questo corpo, come un delizioso pane arrostito, o come una colata di oro e argento che brilla di un bel colore, deliziava la vista di tutti. Inoltre, un profumo come di incenso e mirra, o di qualche altra essenza preziosa, allontanava tutto il cattivo odore dell’incendio.

I fedeli celebrano il loro ingresso in Paradiso

Alla vista di un tale prodigio, i pagani giunsero alla conclusione che quel corpo era incombustibile e ordinarono al boia di conficcare il pugnale in esso. Quando ciò fu fatto, una colomba uscì dal corpo del martire, insieme con il flusso di sangue che sgorgava, e il sangue spense l’incendio.

Si consumò così, il 23 febbraio dell’anno 155, il martirio di San Policarpo. Attraverso le ali di innumerevoli spiriti angelici, la sua anima si elevò in Paradiso per ricevere, ai piedi della Regina dei Martiri, la ricompensa troppo grande (cfr. Gen 15, 1).

A loro volta, i cristiani lì presenti iniziarono a darsi da fare per rimuovere dall’arena il corpo del martire, preziosissima reliquia. Presto gli agenti del demonio cercarono di impedire la realizzazione di tale legittimo desiderio. Alla vista della feroce disputa tra di loro, il centurione decise di far bruciare il corpo. E il racconto del martirio si conclude con questa semplice quanto sorprendente informazione dei fedeli della Chiesa di Smirne: “Abbiamo raccolto allora le sue ossa, come se fossero oro e perle preziose, e abbiamo dato loro sepoltura. In seguito, abbiamo fatto gioiosamente la nostra riunione, come ha comandato il Signore, per celebrare il giorno del compleanno del suo martire ”.4

Zelo per la salvezza delle anime e orrore per l’eresia

Come visse quest’uomo di Dio che ebbe una così eroica e gloriosa morte?

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Il Colosseo, dove hanno avuto luogo numerosi martiri
Abbiamo già detto sopra che nacque intorno all’anno 69 dell’Era Cristiana e fu discepolo dell’Apostolo San Giovanni. Egli ereditò da un così eccellente maestro lo zelo per la salvezza delle anime, l’orrore delle dottrine eretiche e il desiderio di dare tutto per la Mistica Sposa di Nostro Signore Gesù Cristo, il Maestro dei maestri. E a sua volta, formò numerosi discepoli che non gli risparmiavano manifestazioni di venerazione.

Il più famoso di questi, Sant’Ireneo, vescovo di Lione, dimostra come Policarpo abbia approfittato bene delle lezioni dell’Apostolo Vergine. Quando Florino, che era stato anche lui istruito nella Fede dal Vescovo di Smirne, apostatò e iniziò a diffondere certe eresie, Sant’Ireneo gli scrisse: “Queste dottrine non sono quelle dei presbiteri che ci hanno preceduto e hanno vissuto con gli Apostoli. […] Posso raccontare in che luogo il beato Policarpo si sedeva per parlare, come egli entrava ed usciva, il suo modo di vivere, il suo aspetto fisico, le orazioni che faceva alla folla, come parlava dei suoi rapporti con Giovanni e con gli altri apostoli che avevano visto il Signore […]. E posso testimoniare davanti a Dio che, se quel presbitero beato e apostolico avesse udito qualcosa di simile [a quello che dici], si sarebbe messo a gridare e si sarebbe tappato le orecchie, dicendo, come era solito dire: “Buon Dio, per quali tempi mi hai tenuto in vita, perché io sopporti tali cose?” E sarebbe anche fuggito dal luogo in cui, stando seduto o in piedi, avesse ascoltato simili discorsi”.5

E Sant’Ireneo non esagerava, perché San Policarpo non transigeva quando si trattava della salvezza delle anime e dell’integrità dottrinale. Si narra che, camminando un giorno per le strade di Roma, si sia imbattuto in modo inaspettato su Marciano, la cui eresia in quel momento causava gravi danni alla Chiesa, e proseguì come se non avesse nemmeno visto l’eretico; questi allora, sentendosi molto ferito nel suo amor proprio, lo interpellò:

— O che! Non mi conosci?

— Sì, ti conosco, tu sei il primogenito di Satana – replicò Policarpo.

Sempre insegnò quello che aveva imparato dagli Apostoli

Nella sua famosa opera Contro le eresie, Sant’Ireneo ricorda quanto San Giovanni Evangelista detestasse la compagnia dei propagatori di dottrine eretiche: alcune persone, narra, udirono San Policarpo raccontare che San Giovanni entrò un giorno nelle terme di Efeso e incontrò l’eresiarca Cerinto, uno dei leader dell’antico gnosticismo. Allora balzò immediatamente fuori dallo stabilimento, dicendo: “Fuggiamo, per paura che l’edificio cada su di noi, perché al suo interno c’è Cerinto, il nemico della verità!”6

Dopo aver sottolineato il fatto che il suo maestro, oltre ad essere stato istruito dagli Apostoli, visse con numerosi contemporanei di Nostro Signore Gesù Cristo, Sant’Ireneo dà di San Policarpo questa preziosa testimonianza: “L’ho visto nella mia prima giovinezza. […] Ora, egli impartì sempre quegli insegnamenti che aveva appreso dagli Apostoli, che la Chiesa trasmette e che soli sono veri. Tutte le Chiese dell’Asia portano testimonianza a questa dottrina così come i successori di Policarpo fino ad oggi. Egli è un testimone della verità ben più attendibile e sicuro di Valentino, Marcione o dei loro perversi compagni.7

Incoraggiato dall’esempio di Sant’Ignazio di Antiochia

È stato riferito che San Policarpo assunse la sede episcopale di Smirne intorno all’anno 100. Sicuramente questo avvenne prima che compisse l’età di quarant’anni, poiché era già Vescovo della città quando di là passò nell’anno 107 un altro illustre martire dei Tempi Apostolici, Sant’Ignazio di Antiochia. Policarpo fu uno dei tanti che, trasportato da venerazione, osculò le catene di questo grandioso uomo che desiderava solo una cosa: essere il grano di Cristo, essere triturato dai denti delle belve come il grano è triturato nel mulino per diventare il pane che nella Cena Eucaristica si transustanzia nel Corpo di Cristo.

Il venerabile anziano comincia con un grande elogio la sua lettera all’allora giovane episcopo: “Avendo prove del tuo spirito pio, fondato su una roccia incrollabile, elevo grandi lodi per essere stato degno di vedere il tuo santo volto”.8 E prosegue dandogli saggi consigli che, molto probabilmente, gli furono sollecitati da San Policarpo.

Illuminato così dai preziosi insegnamenti di Sant’Ignazio di Antiochia e incoraggiato dal suo buon esempio, San Policarpo poté progredire continuamente nelle vie della santità e, infine, coronare con il martirio i suoi quasi cinquant’anni di ministero episcopale. (Rivista Araldi del Vangelo, Febbraio/2019, n. 189, p. 32-35) 

1 SAN GIUSTINO. Dialogo con Trifone, 110, apud RUIZ BUENO, Daniel (Ed.). Actas de los mártires. 5.ed. Madrid: BAC, p.264. 2 MARTIRIO DI SAN POLICARPO. Versione antica latina, n.1. In: RUIZ BUENO, op. cit., p.265. 3 Idem, n.12, p.275. 4 Idem, n.14, p.277. 5 SANT’IRINEO DI LIONE. Carta a Florino, apud EUSEBIO DI CESAREA. História Eclesiástica. L.V, c.20, n.4; 6-7. São Paulo: Paulus, 2014, p.159-160. 6 SANTO IRENEO DI LIONE. Contro le eresie. L.III, c.3, n.4: PG 7, 853. 7 Idem, n.4, 852. 8 SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA. Lettera a Policarpo. In: COMMISSIONE EPISCOPALE DI TESTI LITURGICI. Liturgia das Horas. Petrópolis: Vozes; Paulinas; Paulus; Ave-Maria, 2000, vol.III, p.510. 

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