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Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore: L’amaro calice dell’abbandono

Pubblicato 2019/01/22
Autore : Suor Isabel Lays Gonçalves de Sousa, EP

Il Cuore di Gesù l’ha chiamata a fondare una congregazione in suo onore, ma ha permesso che lì diventasse una sconosciuta. Fu nel mezzo del silenzio, della sparizione e del dolore che raggiunse la pienezza delle virtù eroiche.

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Nell’analizzare la vita dei Beati, ci entusiasma contemplare le anime che, incendiate dalle fiamme del Divino Spirito Santo, non indietreggiano di fronte alle più grandi delusioni o sconfitte. L’audacia delle loro mete, la ferrea opposizione che affrontano per raggiungerle, un’intima unione con Nostro Signore, come sostegno per sopportare atroci sofferenze, le fanno risplendere come stelle rutilanti nel firmamento della santità. 

Non pensiamo, tuttavia, che questo genere di vocazioni si distingua sempre per l’abbondanza e la grandezza delle loro opere, perché il Divino Maestro insegna che “nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv 14, 2). Da certe anime si aspetta prodigiose realizzazioni; altre le chiama alla rinuncia e al sacrificio, o anche a essere vittime del loro stesso fallimento. Tanto le une quanto le altre sono grandi agli occhi di Dio, che non giudica dalle apparenze esteriori, ma dalla docilità ai suoi disegni.

Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore è uno degli esempi più belli di abbandono assoluto nelle mani della Provvidenza, poiché le fu chiesto di essere relegata a una apparente inutilità, mentre il suo cuore ardeva dal desiderio di conquistare il mondo intero.

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Da certe anime Dio si aspetta prodigiose realizzazioni; altre le chiama alla rinuncia e al sacrificio

Santa Raffaella Maria al tempo in cui era Superiora Generale

Anima fatta per il soprannaturale

Raffaella Maria Porras Ayllón nacque a Pedro Abad, nella provincia andalusa di Cordova, in Spagna, il 1° marzo 1850. I suoi genitori, cattolici ferventi e benestanti, la educarono con cura nell’amore della virtù e nella pratica dei Comandamenti.

I suoi primi anni trascorsero nella pacatezza del piccolo villaggio natio e, sebbene avesse molti fratelli, le circostanze fecero sì che, a partire dall’età di sette anni, avesse per compagnia nelle sue attività e divertimenti sua sorella Dolores, di quattro anni più grande. Conduceva una vita simile a quella delle altre ragazze della sua età, sebbene sembrasse essere stata fatta più per la contemplazione delle cose celesti che per le preoccupazioni terrene.

A quindici anni consegnò il suo cuore a Dio per sempre, facendo segretamente il voto di perpetua castità, nella Chiesa di San Juan de los Caballeros. Era il 25 marzo 1865, festa dell’Incarnazione del Verbo, nella quale si commemora il “fiat” della Santissima Vergine come “Serva del Signore” (cfr. Lc 1, 38). E quando la famiglia cominciò a fare piani di matrimonio per le giovani Porras, le due sorelle avevano già scelto “la parte migliore” (cfr. Lc 10, 42).

Si svela la vocazione religiosa

 L’Altissimo voleva che Raffaella seguisse il sentiero dell’abbandono nelle sue mani divine. Per questo, esigeva ad ogni passo un completo distacco dalle cose terrene, come lei stessa commenta a proposito di un episodio accaduto quando aveva diciotto anni: “Alcuni fatti della mia vita, in cui ho visto la misericordia e la provvidenza del mio Dio chiaramente: la morte di mia madre, a cui ho chiuso gli occhi trovandomi da sola con lei in quel momento”. Questo episodio, aggiunge, “aprì gli occhi della mia anima, provocando in me una tale disillusione che la vita mi sembrava un esilio. Prendendole la mano, ho promesso al Signore di non riporre mai più il mio affetto in una creatura terrena”.1

Trascorsi i mesi, l’esistenza di Raffaella Maria, come quella di sua sorella, si trasformò in modo radicale. Passavano il tempo al capezzale dei più indigenti e ripugnanti malati, pregando il Rosario o distribuendo elemosine ai poveri. Non poche obiezioni dovettero affrontare nella propria famiglia, come racconta Dolores: “Interamente orfane ed essendo molto perseguitate dai nostri parenti più stretti, mia sorella e io, dopo quattro anni di terribile lotta, abbiamo deciso di farci religiose”.2

In quale istituto sarebbero entrate? Molte possibilità si aprirono per loro. Nel 1874 si trasferirono a Cordova, dove inizialmente avevano pensato di diventare carmelitane. Tuttavia, si ritirarono per qualche tempo nel convento delle Clarisse e, su richiesta di alcune autorità diocesane, finirono per entrare in trattative con le Visitandine, al fine di stabilire in città un pensionato diretto dall’Ordine della Visitazione.

Fu allora che conobbero Don José Antonio Ortiz Urruela, sacerdote che le avrebbe dovute orientare e accompagnare nei primi passi della loro vocazione, e da lui consigliate si unirono alla Società di Maria Riparatrice. Si trattava di un istituto di recente creazione, non soggetto a una stretta clausura monastica, che mirava a coniugare la devozione eucaristica con gli impegni di apostolato, a servizio della Chiesa universale.

Da novizia a fondatrice

Nel marzo 1875, alcune religiose di questa congregazione, provenienti da Siviglia, si trasferirono a Cordova per fondare un noviziato, approfittando dello spazioso edificio che era stato loro offerto dalla famiglia Porras. Le due sorelle cominciarono lì il postulantato e, in breve tempo, altre giovani seguirono il loro esempio.

Secondo il costume dell’epoca, nel ricevere l’abito, Raffaella e Dolores avrebbero dovuto cambiare nome per significare la nuova vita che avrebbero condotto. Si sarebbero chiamate, rispettivamente, Maria del Sacro Cuore e Maria del Pilar.

La vita da novizia sembrava loro una porzione di Paradiso su questa terra. Tutti ammirarono l’umilissima virtù di Raffaella e intuivano la chiamata speciale che le aveva riservato la Provvidenza. Tuttavia, innumerevoli perplessità le attendevano …

Nel 1876, dopo una serie di dissidi con il nuovo Vescovo, le riparatrici tornarono a Siviglia. Raffaella, tuttavia, discerneva che Dio la voleva a Cordova, anche se questo avesse comportato la creazione di un nuovo istituto. Ma per non imporre la sua opinione alle altre, rimaneva in profondo silenzio.

Per le altre novizie la scelta era chiara: avrebbero fatto quello che avesse fatto Raffaella. Il suo esempio le aveva attratte alla vita religiosa ed era sotto lo stesso impulso che desideravano continuare. Quando seppero che lei e Dolores sarebbero rimaste in città, sotto la direzione di Don Antonio Ortiz, decisero di seguirle. Solo quattro novizie avrebbero seguito le religiose di Maria Riparatrice a Siviglia.

Raffaella, con sua grande sorpresa, fu nominata superiora della nuova istituzione. Non le era mai passato per la testa di dover comandare qualcuno, soprattutto sua sorella. Dolores era di temperamento vivacissimo, intuitivo e brillante, e dicevano che possedeva capacità per governare un regno, se fosse stato necessario. Lei, tuttavia, si era abituata a obbedire e ad ascoltare.

Accettando l’incarico che le imponevano, non faceva più di quanto avesse fatto per tutta la vita: sottomettersi a ciò che sembrasse meglio agli altri. Da allora, lei era contemporaneamente novizia e maestra di novizie. A Dolores fu affidato il compito di amministrare i beni temporali della comunità, che seppe eseguire alla perfezione. Le due sorelle si trasformarono in fondatrici del nuovo istituto che nasceva.

Primi ostacoli

Quando si avvicinava la prima emissione di voti, qualcosa venne a turbarle: il Vescovo, Mons. Zeferino González y Díaz Tuñón, OP, volle esaminare le costituzioni e in esse introdurre diverse modifiche, poiché desiderava dare al nuovo istituto una nota più domenicana. Considerava eccessivo esporre quotidianamente il Santissimo Sacramento, voleva sottoporle a un regime più ristretto di clausura e stabilire modifiche nell’abito. E concedeva loro ventiquattro ore per accettare le alterazioni che proponeva.

Dio, però, aveva ispirato nel cuore delle fondatrici di adottare le regole della Compagnia di Gesù e, venute a conoscenza di quelle imposizioni, le novizie esclamarono all’unisono: “Vogliamo le regole di Sant’Ignazio”.3

Non ci fu altra alternativa che spostarsi nella vicina città di Andújar, appartenente alla diocesi di Jaén. Lo fecero di notte, senza preavviso e di comune accordo. Arrivate a destinazione, alloggiarono in un ospedale di beneficenza. Pochi giorni dopo, un agente dell’autorità locale si presentò in cerca delle suore scomparse di Cordova, con l’accusa che fossero contrabbandiere! La denuncia era così ridicola che le religiose scoppiarono a ridere...

In mezzo a queste e molte altre difficoltà, Raffaella Maria è la “più allegra e quella che più rallegra le altre”,4 dicevano le novizie, sebbene la sua anima fosse inondata di dolore e perplessità.

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Dopo terribili sofferenze sopportate con eroismo, spirò santamente nello stesso modo in cui era vissuta: umile e nell’abbandono

Corpo incorrotto della Santa, venerato nella Chiesa del Sacro
Cuore di Gesù in via Piave, a Roma

La vita della nuova congregazione

Dopo vari andirivieni, le “fuggitive” si stabilirono definitivamente a Madrid, dove l’Arcivescovo Primate di Spagna, il Cardinale Juan de la Cruz Ignacio Moreno y Maisanove, le accolse. La nuova congregazione fu da lui approvata sotto il nome di Istituto delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore di Gesù, che in seguito il Vaticano avrebbe cambiato in Ancelle del Sacro Cuore di Gesù.

L’entusiasmo invadeva l’appartamento in cui si installarono nel centro della città, nonostante fosse poverissimo. Era così povero che se uno voleva far loro visita gli raccomandavano di portarsi la sedia…

Come prima devozione avevano la Sacra Eucaristia e presto chiesero l’autorizzazione per mantenere nella loro cappella la riserva del Santissimo Sacramento. La licenza, tuttavia, dipendeva da Roma. Raffaella non si scoraggiò e, senza titubare, scrisse al Papa in questi termini: “Umilmente prostrate ai piedi di Vostra Santità, caldamente vi esortiamo e vi supplichiamo di concederci l’inestimabile grazia di tenere una riserva nella nostra cappella, per la nostra più grande consolazione e principale oggetto dei nostri incontri, di Gesù Cristo Sacramentato”.5

Da Roma tutte le cose tardano, le dicevano… Ma la Provvidenza fece in modo di esaudire in una forma insolita gli aneliti delle giovani devote: terminata la Messa quotidiana, il cappellano lasciava loro involontariamente alcune particole nella patena o nella tovaglia dell’altare, e le religiose, esultanti, passavano ore ad adorare quei piccoli frammenti di Gesù Sacramentato. Il fatto era inspiegabile! “Quanto più attento sto nel pulire la patena, maggiori sono le particole che restano”,6 commentava il pio sacerdote.

Radicato nel fervore eucaristico e nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, l’istituto si espandeva. Nel 1885 contava ormai su quasi cento religiose. Le fondazioni si moltiplicavano, fiorivano le opere di apostolato: “scuole popolari, collegi, case di esercizi spirituali, congregazioni mariane e di adoratrici del Santissimo Sacramento, ecc.”.7 La nuova associazione stava acquisendo la caratteristica tanto desiderata da Santa Raffaella Maria: “universale come la Chiesa”.8

Anche le virtù nell’anima di Raffaella si intensificavano e arrivò a essere definita come “l’umiltà fatta carne”.9 Alle sue figlie spirituali instillava il bisogno di stare unite per affrontare le prove future: “Ora, mie care, che ci troviamo nelle fondamenta, gettiamole bene, affinché le bufere che verranno dopo non rovescino l’edificio; e tutte insieme, senza lasciare alcuno spiraglio dove il diavolo possa mettere le grinfie della disunione; tutte unite in tutto, come le dita di una mano, e così otterremo tutto quello che vogliamo, perché abbiamo Dio, nostro Signore, dalla nostra parte”.10

La bufera della disunione

Non passò molto tempo, tuttavia, che la bufera della disunione venne a colpire l’edificio sacro delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù. Critiche ingiuste, incomprensioni e sospetti, provenienti da religiose che formavano il nucleo del governo dell’istituto, crebbero di volume in relazione a Raffaella, al punto da relegarla in un totale isolamento. Tutti coloro che l’avevano sostenuta sin dall’inizio, ora la abbandonavano e la incolpavano dei mali che la congregazione poteva soffrire. Madre Maria del Sacro Cuore non ebbe altra scelta se non quella di rinunciare al generalato rimettendolo nelle mani di sua sorella Dolores.

Che spiegazione dare alle religiose riguardo alla rinuncia di Raffaella, loro che la consideravano come la più santa dentro l’istituto? Cominciò a diffondersi in tutti gli ambienti l’idea che lei non avesse più la capacità mentale per governare e la ragione la stesse lasciando…

Andata alla casa di Roma, Raffaella Maria vedeva passare i giorni con una calma spaventosa. Isolamento, incertezze, silenzio, inutilità: questo sarebbe stato il suo destino per più di trent’anni. Fino ad allora la sua vita era stata impiegata in un lavoro continuo, in azioni apostoliche di ogni sorta. Da Roma avrebbe assistito allo sviluppo della sua opera, “indovinando solo attraverso degli indizi, da piccoli segnali, i loro problemi, i loro dolori e le loro gioie”.11

La Croce dell’abbandono e dell’oblio

Sapendo Raffaella che “nessun obbediente è stato condannato”,12 decise di fare, senza mai darsi tregua, tutto ciò che era nelle sue possibilità. “Se riesco ad essere santa, faccio assai più per l’Istituto, per le sorelle e per il prossimo, che se fossi impiegata nelle più importanti opere di zelo”.13

Ormai Raffaella non aveva più alcuna autorità sull’istituto. Le religiose più antiche la ricoprirono con il velo del silenzio, e da loro Raffaella avrebbe ricevuto soltanto umiliazioni e ingratitudine. Quelle che dai tempi della “fuga” di Cordova l’avevano seguita con tanto entusiasmo, erano diventate ora carnefici della sua crocifissione.

Accettando l’amaro calice dell’abbandono che il Signore le offriva, Raffaella divenne una sconosciuta all’interno dell’opera che aveva fondato. “Senza che nessuna ne fosse sorpresa, vedranno la madre, ormai anziana, aiutare una postulante coadiutore appena arrivata a preparare le tavole. […] Sempre più sconosciuta, arriva un momento in cui nemmeno quelle che vivono nella congregazione sanno che la fondatrice è lei”.14

Grandi tribolazioni tormentavano il suo cuore puro, come lei scrive: “La mia vita è sempre stata una lotta, ma da due anni a questa parte le mie pene sono talmente straordinarie che solo l’onnipotenza di Dio, che mi protegge miracolosamente in ogni momento, impedisce al mio corpo di cadere a terra. […] Tutto il mio essere è in una costante angoscia e impotenza, e prevedo che questo durerà a lungo, molto a lungo. Per questo penso che Dio mi abbia abbandonato? No”!15

Umiltà e servizio fino alla fine

In mezzo a tante sofferenze, Raffaella si distingueva nella comunità per non smettere mai di essere disposta ad aiutare le altre, salvandole da ogni guaio. Nonostante la sua età avanzata, si fece Serva di tutte, affinché il suo Signore potesse essere pienamente servito. Ogni dispiacere le sembrava una consolazione, perché sapeva che la gloria ventura oltrepassa ogni disgrazia.

Da dove le venivano le forze necessarie per sopportare sia l’abbandono di coloro che le erano più vicine, sia l’abbandono apparente della Provvidenza? Non erano poche le ore che passava davanti al Santissimo Sacramento! Nel corso degli anni imparò ad essere costantemente in preghiera, trasformando i compiti più servili nella più alta contemplazione. Al cospetto di Dio infinito, centro del suo amore, depositava la sua vita, le sue angosce, i suoi sacrifici. OffrendoGli le sue incombenze, ogni lavoro le era soave e ogni dolore piacevole.

A causa delle continue ore in cui rimaneva inginocchiata ad adorare la Sacra Eucaristia, finì per contrarre una malattia al ginocchio destro che, a poco a poco, l’avrebbe portata alla morte. Nonostante avesse fortissimi dolori, non fece mai della malattia una scusa per smettere di servire tutte. Si preoccupava prima delle difficoltà altrui che delle proprie.

Il 6 gennaio 1925, dopo terribili sofferenze sopportate con eroismo, spirò santamente nello stesso modo in cui era vissuta: umile nella consolazione e nell’abbandono.

Soltanto tre persone avrebbero partecipato al suo funerale … Ma quell’anima innamorata di Dio aveva raggiunto la pienezza delle virtù in mezzo al silenzio, al dolore e alla sparizione più completa. Lei avrebbe partecipato, dal Cielo, alla crescita della sua opera, frutto del sacrificio della sua vita. (Rivista Araldi del Vangelo, Gennaio/2019, n. 188, p. 32-35) 

1 YAÑEZ, ACI, Inmaculada. Amar siempre. Raffaella María Porras Ayllón. Madrid: BAC, 1985, p.9. 2 Idem, p.10. 3 Idem, p.17. 4 Idem, p.23. 5 Idem, p.28. 6 Idem, ibidem. 7 SÁNCHEZ, ACI, Evelia. Santa Rafaela María del Sagrado Corazón. In: ECHEVERRÍA, Lamberto; LLORCA, SJ, Bernardino; REPETTO BETES, José Luis (Org.). Año Cristiano. Madrid: BAC, 2002, vol.I, p.158. 8 Idem, ibidem. 9 Idem, ibidem. 10 DESCALZO, José Luis Martín. Prólogo. In: YAÑEZ, ACI, Inmaculada (Ed.). Santa Rafaela María del Sagrado Corazón. Palabras a Dios y a los hombres. Cartas y apuntes espirituales. Madrid: Congregación de las Esclavas del Sagrado Corazón de Jesús, 1989, p.19. 11 YAÑEZ, Amar siempre. Rafaela María Porras Ayllón, op. cit., p.67. 12 Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore. Carta n.116, a la M. María de la Paz. Madrid, septiembre de 1883. In: YAÑEZ, Santa Rafaela María del Sagrado Corazón. Palabras a Dios y a los hombres. Cartas y apuntes espirituales, op. cit., p.144. 13 SÁNCHEZ, op. cit., p.160. 14 Idem, p.161. 15 Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore. Lettera n.380, a Don Isidro Hidalgo, SJ, Roma, 29/9/1892. In: YAÑEZ, Santa Rafaela María del Sagrado Corazón. Palabras a Dios y a los hombres. Cartas y apuntes espirituales, op. cit., p.420.  

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